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‎[Prampolini, Enrico, Achille Ricciardi, Renato Fondi, S. A. Luciani, Nicola Moscardelli; I Novissimi]‎

‎I Novissimi. Anno III N. 1 ... numero dedicato ai Balli russi‎

‎Edizione originale. Ottimo esemplare. Prampolini dal futurismo all’informale, Roma 1992, pp. 177-179 n. 2/1/1 (ill.)‎

‎[Italia ride; Amilcare Zamorani, Augusto Majani alias Nasica. Luigi Capuana, Marcello Dudovich, Telemaco Signorini et alii]‎

‎L’Italia ride‎

‎Collezione completa. Tutta tela, copertine originale conservate, buone condizioni (qualche fascicolo interessato da gore d’umido). Raffinata rivista illustrata, dai contenuti satirici, fondata a Bologna, con cadenza settimanale, il cui primo numero uscì il 6 gennaio 1900. Ebbe vita breve e l'ultimo numero (il 26) vide la luce il 30 giugno 1900, a soli sei mesi dalla prima uscita. Diretta da Amilcare Zamorani, con la direzione artistica di Augusto Majani (Nasica). Ad essa collaborarono molti cartellonisti e illustratori dell'epoca — diversi dei quali giovani — fra i quali Marcello Dudovich, Franz Laskoff, Luigi Bompard, Augusto Majani, Adolfo Magrini, Telemaco Signorini, Ardengo Soffici, Duilio Cambellotti assieme ad alcuni tra i più importanti scrittori: Luigi Capuana, Ugo Ojetti, Lorenzo Stecchetti, Giovanni Pascoli, Alfredo Oriani, Luigi Federzoni.‎

‎Delfini, Antonio‎

‎Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia — di Antonio Delfini —‎

‎Edizione originale. CON DEDICA Ottimo esemplare. Sigla dell’autore manoscritta in inchiostro blu sl frontespizio. Saggio in cui l’autore si scaglia contro i monopoli e auspica un ritorno dell’Italia al quadro politico prima dell’unità. Raro.‎

‎[Solaria]‎

‎Solaria. Rivista mensile di arte e di idee sull’arte a cura di Alberto Carocci‎

‎Tutto il pubblicato. Fascicoli sciolti ottimamente conservati. Fondata a Firenze nel gennaio 1926, dal 1929 cambia il sottotitolo in Rivista mensile di letteratura. Uscì con cadenza dapprima mensile e poi bimestrale. Nel 1929 si associò nella direzione G. Ferrara, sostituito l'anno successivo da A. Bonsanti; nel 1933 Carocci tornò ad essere unico direttore. Solaria fu la più importante rivista letteraria del novecento. Fra i suoi collaboratori convissero due anime, due diverse vocazioni: quella dei "rondisti" (Bacchelli, Loria, Tecchi, Bonsanti) convinta di poter dar vita ad una autonoma civiltà letteraria fuori da ogni compromesso con la politica, e quella di provenienza torinese con alle spalle l'esperienza del "Baretti" (Montale, Ginzburg, Garosci, Debenedetti, Solmi) che proseguendo la linea gobettiana professò un maggior impegno civile da parte degli intellettuali. Tra i collaboratori, oltre ai sopra citati, troviamo: Saba, Raimondi, Franchi, Giotti, Debenedetti, Pavolini, Quasimodo, Gadda, Vittorini, e molti altri. Uscirono in tutto 78 fascicoli; in 16° le prime annate poi in 8°. Il n. 2, marzo-aprile, del 1934 fu sequestrato dal prefetto di Firenze. L’ultimo fascicolo porta la data settembre-dicembre 1934, ma in realtà finito di stampare e distribuito nel marzo 1936.‎

‎[D’Annunzio, Gabriele, Mario Dessy, Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Corra, Paolo Buzzi, Fortunato Depero et alii]‎

‎Poesia. Rassegna Internazionale diretta da Mario Dessy. N. I / 4 [contiene: Ritratto di Luisa Baccara: La maestria]‎

‎Prima edizione. Esemplare in più che buone condizioni (normale lieve usura perimetrale), mancante della carta 25/26 con applicato il trittico «La Madre pazza - L’assassino - L’impostore» di Arnaldo Ginna. Terzo fascicolo del mensile diretto da Dessy per 9 numeri in 5 fascicoli dall’aprile al dicembre 1920 come seconda serie della gloriosa «Poesia» di Marinetti (1905-1909), cui si ispira per il raffinatissimo layout e l’impostazione aperta e internazionale. Il numero apre con l’epigrafe dedicatoria «Alla grandezza purissima di Gabriele D’Annunzio» — di cui pubblica alle pp. 11ss. il «Ritratto di Luisa Baccara: La maestria» in edizione pre-originale rispetto al libretto pubblicato di lì a poco per i tipi della Fionda di Roma — segue il lungo pezzo del direttore su Bruno Corra, pregiato da un bel ritratto b.n. di Ginna applicato. Poco prima della chiusura del fascicolo, un’altra bella tavola in b.n su patinata applicata a piena pagina dei «Pappagalli - motivo ornamentale» di Depero. Poesie e prose di Ada Negri, Mercereau (Mon Dieu, vous etes), Dessy (Autour du cadavre d’un voleur d’etoiles, trad. Marinetti), Settimelli, Divoire su Isadora Duncan, Los Pajaros errantes di Pedro Prado poeta chileno, Arabeschi fiumani del Carli, Buzzi tradotto da Marinetti, Armando Curcio, F.G. Bowles, Linati, Reverdy, Jacuzio-Ristori.‎

‎[Gesto; Enrico Baj, Lucio Fontana, Piero Manzoni et alii]‎

‎Il Gesto. Rassegna internazionale delle forme libere‎

‎Collezione completa. Il primo numero apparve in occasione della mostra « II Gesto » organizzata dai Nucleari in collaborazione con il gruppo « Phases ») alla Galleria Schettini di Milano e inaugurata il 18 giugno 1955 (opere di Alechinsky, Baj, Berlini, Joe Colombo, Colucci, Corneille, Dangelo, Dova, Ernst, Fontana, Jorn, Matta, Merita, Saura, eccetera). Il primo numero (con una scultura di Ernst riprodotta in copertina) recava testi di Dal Fabbro, Sanesi, Jaguer, Izima, Dangelo, due litografie fuori testo di Fontana e Joe Colombo e trentasette riproduzioni. 4 fascicoli‎

‎[Mazzini, Giuseppe]‎

‎L’Italia del Popolo. Dio e Popolo. Volume primo‎

‎Foxing in qualche pagina, ma nel complesso ottimo esemplare. L’Italia del popolo fu fondato a Milano da Giuseppe Mazzini. Il primo numero, con in epigrafe Unità Dio e il Popolo, uscì, in formato fo, il 20 maggio 1848. Ebbe vita breve; solo 74 fascicoli vennero pubblicati. Nel 1849 il giornale fu rifondato a Roma e divenne l’organo mazziniano della Repubblica Romana. Anche in questo caso il giornale ebbe vita breve: da Aprile al 3 Giugno. Con lo stesso nome, Mazzini pubblicò periodici a Losanna, (dove si erano rifugiati gli italiani dopo la caduta della Repubblica Romana) dal 1849 al 1850 e a Genova nel 1857. In questo primo volume troviamo scritti di: Mazzini, Pisacane, Saffi, De Boni, ecc.‎

‎[Forza]‎

‎La Forza. Mensile della Federazione Nazionale dei gruppi naturisti-futuristi presieduta da S. E. Marinetti. Anno I. N. 3-4‎

‎Prima edizione. Ottimo esemplare, fresco e pulito, integro (appena accennati segni alle piegature orizzontale e verticale). Penultimo fascicolo (su un totale di soli quattro fascicoli per sei numeri: nn. 3/4 e 5/6 doppi) del mensile diretto e curato graficamente da Fillia — qui come Luigi Colombo. Raccoglie la pattuglia naturista reduce dall'esperienza al quindicinale romano «Il Nuovo». «Interamente dedicato alla problematica naturista [...] una serie di interventi a carattere “scientifico” su vari aspetti del naturismo (alimentare, razziale, igienico, medico, giuridico) e di politica culturale, nella preoccupazione di reintrodurre nel programma politico fascista le linee principali dell'estetica futurista» (Diz. Fut., p. 469). -- Fascicolo interamente dedicato al III Congresso naturista-futurista e Mostra del Naturismo in Piemonte, tenutisi a Torino. Salaris, Riviste futuriste, pp. 256-261; Cammarota, Futurismo, Giornali fut., 139‎

‎[EDAL: Egyptian & Egyptological Documents Archives Libraries; Patrizia Piacentini (direttore)]‎

‎EDAL: Egyptian & Egyptological Documents Archives Libraries - N. 8‎

‎Edizione originale. Nuovo. Sommario / Summary: - Ivan Ladynin: At the Start of a Friendship: Vladimir Golenischeff, Alan Gardiner and the Ancient Egyptian Onomastica in 1907-1912. - Evgeniya Anokhina: Moscow or Berlin. History of V. Golenischeff’s Collection Based on the Documents from A. Erman’s Archive. - Vladimir Shelestin, Anastasia Iasenovskaia, Alexandre Nemirovsky: Vladimir Golenischeff and first steps in studying Kültepe tablets. - Giovanni and Alessandro Cimmino: Franco Cimmino. - Hend Mohamed Abdel Rahman: The Khashaba Museum (1910s-1960s).‎

‎[Nuovo, Il; direttore Arnaldo Ginna]‎

‎Il Nuovo. Quindicinale di energetica umana fascista e futurista. Anno I, N. 11‎

‎Edizione originale. In ottime condizioni, con etichetta d’invio a «S. E. Marinetti | Villa Miramare | Levanto». Quindicinale diretto da Arnaldo Ginna, ne uscirono 18 numeri nel 1934. «Organo ufficiale della Federazione dei gruppi naturisti-futuristi e della Confederazione italiana per la bonifica umana fascista», «[...] movimento filosofico dalle basi autarchico-fasciste il cui programma era stato esposto da A. Ginna nell'incredibile libello “L'Uomo futuro”» (Diz. Fut., p. 803). Spazia dall'arte alla medicina, passando per l'industria e il commercio. Salaris, Riviste futuriste, pp. 464-471; Cammarota, Futurismo, Giornali fut., 128‎

‎[Nuovo, Il; direttore Arnaldo Ginna]‎

‎Il Nuovo. Quindicinale di energetica umana fascista e futurista. Anno I, N. 13-14‎

‎Edizione originale. Brunitura lungo la piegatura verticale nella parte alta della prima pagina; lacerazione in corrispondenza; lacerazione al centro delle pagine in corrispondenza dell’intersezione delle piegature; senza perdite, leggera fragilità. Numero doppio in occasione del «Primo convegno italiano naturista: Energetica e costituzionalismo», da inaugurarsi il 1° ottobre 1934. «Il Nuovo» fu un quindicinale diretto da Arnaldo Ginna, ne uscirono 18 numeri nel 1934. «Organo ufficiale della Federazione dei gruppi naturisti-futuristi e della Confederazione italiana per la bonifica umana fascista», «[...] movimento filosofico dalle basi autarchico-fasciste il cui programma era stato esposto da A. Ginna nell'incredibile libello L'Uomo futuro» (Diz. Fut., p. 803). Spazia dall'arte alla medicina, passando per l'industria e il commercio.‎

‎[Tau / Ma; direttori Mario Diacono e Claudio Parmiggiani; contributi di Emilio Villa, Adriano Spatola, Edoardo Sanguineti, Luciano Caruso, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino et alii]‎

‎Tau / Ma‎

‎Collezione completa. Straordinario insieme in eccellenti condizioni di conservazione, completo, nelle fragili scatole originali (distacco netto ad alcuni degli angoli delle scatole, fermato con nastro filmoplast; scatola n. 3 con segni d’urto agli stessi angoli). Importante rivista/raccoglitore di libri d’artista, pubblicata a cadenza annuale in tiratura limitata a 500 esemplari; fanno eccezione i volumi 3 e 4, entrambi usciti nel 1977, e l’ultimo numero, il 7, pubblicato in 1100 esemplari numerati nel 1981, dopo la mancata uscita nel 1980. All’interno delle scatole sono contenuti veri e propri libri e plaquettes, ciascuno contrassegnato dalla sigla della scatola d’appartenenza (i. e. «Tau/ma 1» su tutti i volumetti della prima scatola, 1976), in un sapiente dosaggio di edizioni originali affiancate da ristampe anastatiche di testi fondativi delle avanguardie storiche. Il libri sono legati tramite incollatura a pressione, senza dorso. -- Oltre a varie opere dei direttori, contiene contributi di Emilio Villa (Alphabetum Coeleste, n. 3/1977; Verboracula, n. 7/1981), Adriano Spatola (Cantico delle creature, n. 4/1977), Edoardo Sanguineti con il figlio Federico (Papiro, n. 5/1978), Luciano Caruso (Piccola teoria della citazione, n. 5/1978), Michelangelo Pistoletto (Le stanze, n. 5/1978), Jannis Kounellis (Hotel Louisiane, n. 7/1981), Mimmo Paladino (Una piccola storia, n. 7/1981), Giulia Niccolai, Julien Blaine, Gian Pio Torricelli, Vito Acconci, Luigi Ballerini, Heinz Gappmayr, Jiri Kolar, Haroldo de Campos e Regina Silveira, Agnes Denes, Joan Jonas, JCT, Adalgisa Lugli, Ladislav Novak, Emilio Prini, Jochen Gerz, Madeline Gins, Richard Nonas, Luciano Bartolini, Elsa Ruiz, Adriano Malavasi, Carlo Serveri, Patrizia Vicinelli, Konrad Balder Schäuffelen, Francesco Pellizzi, Remo Guidieri, Robert Lax, Carlo Finale. -- Tra le ristampe anastatiche, meritano particolare menzione quelle relative a recuperi di testi antichi e raro contenenti virtuosismi calligrafici, come l’«Unius Libri versum» di Bernard Bauhus (1617), il «De furtivis literarum notis» di Giovan Battista Della Porta (1602), la «Lettera apologetica» di Raimondo di Sangro (1750), il «Musarum Liber XXV» di Baldassarre Bonifacio (1628). Maffei & Peterlini, Riviste d’arte e d’avanguardia, pp. 144-5 7 voll.‎

‎[LeWitt, Sol - Accame, Vincenzo - Schwarz, Arturo - Panza di Biumo, Giuseppe - Venet, Bernard - Vautier, Ben; Numero]‎

‎Numero uno [- sei: collezione completa]‎

‎Collezione completa. In ottime condizioni di conservazione (segni di “usura da scaffale” al bianco di alcune copertine, che rimangono leggermente scurite), completo dell’allegato sciolto di Sol LeWitt al numero quattro. La serie completa di «Numero», rivista promossa dall’associazione/galleria Cenobio Visualità in Milano, affidando ciascuno dei sei quaderni annuali alle cure di un artista e critico, che compila a sua maniera un’antologia / libro d’artista a raccogliere prospettive sull’arte contemporanea, dall’informale al concettuale senza dimenticare il ripescaggio in chiave autostoricizzante delle avanguardie di primo Novecento. -- «numero uno a cura di Ben / numero un realisé par Ben», giugno 1979; «numero due a cura di Bernar Venet / number two edited by Bernard Venet», giugno 1980 (contiene i saggi: «L’immagine razionale / The Rational Image»; una selezione di lavori dal 1976; «Non ci si può avvicinare all’arte ingenuamente / On ne peut plus approcher l’art naivement»); «numero tre a cura di Vincenzo Accame / number three edited by Vincenzo Accame», giugno 1981; «numero quattro a cura di Sol LeWitt / number four edited by Sol LeWitt», giugno 1982; «numero cinque a cura di Giuseppe Panza di Biumo; number five edited by Giuseppe Panza di Biumo», giugno 1983; «numero sei a cura di Arturo Schwarz / number six edited by Arturo Schwarz», giugno 1984. 6 voll.‎

‎[Giustizia e Libertà]‎

‎Quaderni di “Giustizia e Libertà” [poi: Quaderno di “Giustizia e Libertà”]‎

‎Edizione originale. Collezione completa, eccezion fatta per i numeri 2 (presente in collezione un esatto facsimile) e 6, della prima e della seconda serie dei «Quaderni di Giustizia e Libertà”, per un totale di 10 fascicoli (+ 1 in facsimile). Brossure con normali segni d’usura e mancanze non deturpanti al dorso, ma nel complesso ottimi esemplari (il n. 11 in una emissione con brossura muta). Rarissimi nell’edizione originale del 1932 - 1935. Nati con l’intento di divulgare le posizioni politiche, d’ispirazione liberalsocialista, del Movimento Giustizia e Libertà - fondato a Parigi nel 1929 da un gruppo di antifascisti esiliati guidati principalmente da Carlo Rosselli ed Emilio Lussu - e di creare un programma concreto per la liberazione dell’Italia dal regime di Mussolini, i «Quaderni di “Giustizia e Libertà”» furono pubblicati dal gennaio 1932 al gennaio 1935 per un totale di 12 numeri suddivisi in due serie: la prima, con brossure - salvo il primo numero - di colore grigio; e la seconda, con brossure rosse e titoli neri. Con il numero 7 - ovvero il primo della seconda serie - il titolo cambiò in «Quaderno di Giustizia e Libertà». Stampati a Parigi, i fascicoli bimestrali furono anche un fondamentale strumento di comunicazione e scambio tra i membri di «Giustizia e Libertà» e gli altri movimenti e gruppi antifascisti italiani, promuovendo forme di ribellione pratica ma anche raffinate riflessioni sulle cause profonde della crisi politica e culturale italiana così da poter costruire un nuovo futuro, secondo il motto «Insorgere/Risorgere». Ripubblicati nel 1959 dalla casa editrice Bottega d’Erasmo, i “quaderni” si sono fatti rarissimi nell’edizione originale.‎

‎[Cabala]‎

‎La Cabala. Trimestrale di poesia de l’Italia vivente‎

‎Collezione completa in edizione originale e unica. Segni del tempo alle copertine, nel complesso in ottime condizioni. Raffinata rivista di poesia di cui si stamparono i soli tre fascicoli qui presentati, sotto la direzione di Vincenzo Spasiano: anno I, numero uno, marzo 1933-XI, numero di primavera; anno I, numero due, giugno 1933, numero di estate; anno II, numero tre, gennaio 1934-XII, numero di autunno-inverno. Ogni numero è stampato a due colori su carta pesante, chiudono i numeri alcune inserzioni pubblicitarie su carta patinata. Tipograficamente molto elegante, ogni componimento è preceduto da un occhietto con autore stampato in rosso e titolo in nero. Nel secondo numero un bifoglio in carta colorata con il regolamento di un premio di poesia indetto dalla rivista. Nei tre fascicoli pubblicati troviamo un vasto panorama della poesia italiana: tra i molti poeti pubblicati, segnaliamo Bartolini, Moscardelli, Mucci, Sarfatti, Villaroel, Aleramo, Jenco, Valeri, Bigiaretti, Petroni, Cardarelli, Bernasconi, con alcuni stranieri: l’intento delle rivista non era infatti quello di dar voce a uno specifico gruppo di poeti, ma di disegnare un quadro complessivo di poesia contemporanea italiana e straniera: «queste pagine, che vedranno la luce all’inizio di ogni stagione, vogliono testimoniare soprattutto che nel nostro tempo, meccanico e tormentato, la Poesia e i Poeti esistono ancora» (dall’occhietto del primo numero). 3 voll.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie I, numero 3)‎

‎Edizione originale. Fogli normalmente bruniti con occasionali fioriture, nel complesso ottimo esemplare. Estremamente raro. Terzo fascicolo (estremamente raro) della prima serie della rivista olandese «Wendingen», creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918. Legato all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», il periodico nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi. In questo terzo numero del 1918, in particolare, l’illustrazione d’apertura è affidata al designer e scultore Hildo (Hildebrand Lucien) Krop mentre quasi metà del numero è occupata da un lungo approfondimento, completo di riproduzioni fotografiche in bianco e nero, sullo scultore olandese Joseph Mendes da Costa e alla sua composizione bronzea del 1917 “Liefde” (“Amare”).‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie I, numero 4)‎

‎Edizione originale. Leggere fioriture ai fogli normalmente bruniti, nel complesso ottimo esemplare. Estremamente raro. Quarto fascicolo della prima serie della rivista olandese «Wendingen» con la bellissima copertina firmata dall’architetto Cornelis Jouke Blaauw. All’interno un lungo approfondimento sugli studi preparatori di Frits Lensvelt per le scenografie del «Faust» e un articolo su Kandinsky a cura di Jan Gratama. Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista - legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia» di cui Gratama era al tempo presidente - nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie I, numero 5)‎

‎Edizione originale. Ottimo esemplare (qualche fioritura alle prime carte e al piatto anteriore e normale brunitura). Estremamente raro. Quinto fascicolo della prima serie della rivista olandese «Wendingen» con la copertina del pittore olandese Richard Nicolas Roland Holst, celebre per i suoi affreschi al Beurs van Berlange, l’ex Borsa di Amsterdam inaugurata nel 1903 e progettata dal famoso architetto Hendrik Petrus Berlage, ricordato in questo numero per la Holland House realizzata a Londra nel 1916. Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista, legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie III, numero 5 «Dedicato all’arte ungherese come omaggio ai nostri fratelli-artisti di Budapest»)‎

‎Edizione originale. Esemplare normalmente brunito e con un piccolo strappo al piatto anteriore, ma nel complesso ottimo esemplare. Estremamente raro. Quinto fascicolo della terza seria della rivista olandese «Wendingen» con la copertina dell’artista fiammingo Jozef Cantré. Come la maggior parte dei numeri del 1920, anche il presente ha carattere monografico ed è dedicato all’arte ungherese, come precisato nelle righe introduttive al numero stesso. Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista, legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie IV, numeri 7 - 8; monografico dedicato al teatro di figura)‎

‎Edizione originale. Ottimo esemplare (normali e lievi abrasioni perimetrali alle copertina, carte leggermente brunite). Raro. Bellissimo numero doppio della quarta serie (1921) della rivista olandese «Wendingen» interamente dedicato al teatro di figura. Oltre alla copertina affidata all’incisore, ceramista e designer Carel Adolph Lion Cachet, il corposo fascicolo contiene numerose riproduzioni fotografiche in bianco e nero di marionette e burattini utilizzati nel teatro europeo e cinese accompagnate da articoli di approfondimento. Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista, legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie VI, numeri 11 - 12; monografico dedicato ai cristalli)‎

‎Edizione originale. Ottimo esemplare (normali e lievi abrasioni ai piatti, piccolo strappo non deturpante al dorso, carte occasionalmente brunite). Estremamente raro. Bellissimo e famoso numero monografico doppio della sesta serie (1924) della rivista olandese «Wendingen» dedicato ai cristalli, con l’evocativa copertina ideata da Bernard Essers e numerose riproduzioni fotografiche in bianco e nero di sorprendenti solidi cristallini. Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista, legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi.‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen (Serie XII, numero 10)‎

‎Edizione originale. Ottimo esemplare, normalmente brunito e leggermente fiorito ai piatti. Decimo numero della dodicesima serie (1931) della rivista olandese «Wendingen», ultima uscita monografica prima della sua definitiva chiusura decisa in seguito alla cessazione del contratto con le edizioni Mees (subentrate all’editore De Hooge Brug dal 1924). Creata da Hendricus Theodorus Wijdeveld nel 1918, la rivista, legata all’associazione professionale «Architectura et Amicitia», nacque con l’intento di perseguire un ideale di comunione tra tutte le arti seguendo i “rivolgimenti” - “Wendigen”, appunto - propri di quegli anni di grande fermento culturale e politico. Una «totale riconciliazione delle arti», come scrisse nel primo numero il suo ideatore e capo redattore Wijdeveld, in cui l’architettura avrebbe dovuto giocare un ruolo ovviamente fondamentale ma non egemonico. Non sorprende, dunque, che dei centosedici fascicoli pubblicati tra il 1918 e il 1931 soltanto quarantasette vennero dedicati in modo esclusivo all’architettura, riservando invece estrema attenzione ai punti di contatto tra progettazione e creazione artistica (o alla progettazione messa al servizio della pura creazione artistica). Notevole fu anche la sensibilità verso la pittura simbolista e la “Nieuwe Kunst”, testimoniata ad esempio dall’ultimo numero della prima serie interamente incentrato sull’opera di Jan Toorop, tra i massimi rappresentanti in pittura dell’“Art Nouveau” olandese. Ma l’amore per l’arte in ogni sua forma espressiva è più in generale dichiarato dalle molte immagini che arricchivano ogni fascicolo - elegantissimo con il suo formato 33 x 33 cm e la rilegatura alla giapponese con rafia -, dalle illustrazioni a piena pagina e dalle meravigliose copertine affidate ogni volta ad artisti e architetti diversi. Per questo penultimo numero, l’illustrazione d’apertura è di Otto B. de Kat, mentre il resto del fascicolo – composto da sole riproduzioni fotografiche in bianco e nero di edifici e interni - è interamente dedicato all’architetto tedesco Emil Fahrenkamp.‎

‎[Politecnico] Vittorini, Elio (dir.)‎

‎Il Politecnico. Settimanale [poi: Mensile; poi: Rivista] di cultura contemporanea‎

‎Collezione completa in perfetta conservazione, intelligentemente archiviata in cofanetto in tela fatto su misura. Rara a trovarsi in queste condizioni. «Il Politecnico» è la prima importante rivista culturale del dopoguerra, straordinario esperimento di comunicazione nato dall’instancabile maestria editoriale di Elio Vittorini (il direttore), Giulio Einaudi (l’editore) e Albe Steiner (il designer). Nasce come settimanale, con un taglio più aggressivo, sull’attualità, e insieme leggero nel suo formato quotidiano, fino al n. 28 del 6 aprile 1946; si trasforma quindi profondamente, adottando il formato tabloid e la cadenza mensile, scivolando verso il concept della rivista monografica, tipico degli anni ’60. -- «Nata nel clima culturale dell'immediato dopoguerra, la rivista rifletteva l'entusiasmo per la recuperata libertà di espressione [...] e si proponeva di contribuire a creare una nuova cultura. Una cultura orientata ‘a sinistra’, ma attenta a dialogare anche con le altre componenti [...]. Tale apertura prevedeva anche un tentativo di superare, sulla scorta delle indicazioni gramsciane, la matrice astrattamente umanistica di una cultura concepita come ‘hortus conclusus’ rispetto alla società e alla storia. Da qui l’interesse per il pensiero scientifico e per la tecnologia, oltre che per la letteratura e la filosofia. Il tutto all’insegna di una tensione divulgativa che cercava di evitare ogni chiusura in un vacuo specialismo.» (Carnero, «Non di sola ideologia: Vittorini e la stagione del ‘Politecnico’», sito Treccani online) -- Un’impostazione che finì per urtare l’ortodossia del Pci, con Togliatti che accusò il periodico di vacuo enciclopedismo (lettera aperta sul n. 33/34): una frattura consumatasi sugli ultimi fascicoli della rivista, e che ne accelerò la chiusura. -- «Pur nelle difficoltà e negli equivoci in cui venne spesso a trovarsi, la rivista condusse un'importante battaglia culturale, impegnandosi su tutti i fronti della realtà contemporanea, pubblicando importanti documenti letterari e politici (traduzioni da Wright, Michaux, Pasternak, Brecht, ecc.) insieme a voci sino allora inedite in Italia (le prime lettere dal carcere di Gramsci, le prime traduzioni di Lukács, i contributi di Sartre e di S. De Beauvoir)» (Nozzoli in «Dizionario critico della letteratura italiana del Novecento», Roma 1997, p. 648)‎

‎[Le Grandi firme] (Pitigrilli)‎

‎Le Grandi firme. Quindicinale di novelle dei massimi scrittori, diretto da Pitigrilli [PRIMA SERIE]‎

‎Edizione originale. Gran parte del pubblicato dal numero 1 (1924) al numero 381 (15 settembre 1938). Mancano i numeri: 77, 115, 121, 124, 149, 151, 182, 191, 200, 206, 219, 220, 240, 249, 260, 289, 291, 292, 294, 296, 298, 300, 301, 302, 305, 308, 309, 310, 312, 313, 314, 315, 316, 319, 320, 321, 328, 345, 347, 350, 351, 370, 376, 377, 378. Fascicoli sciolti in ottimo stato con brossure originali ben conservate (tranne numero 124 privo del piatto anteriore) raccolti in cofanetti protettivi divisi per annate. Rivista quindicinale fondata a Torino nel 1924 da Pitigrilli, al secolo Dino Segre, figura tanto sinistra quanto affascinante della prima metà del Novecento: benché nato in una famiglia di origine ebraica, Segre non fu soltanto un sostenitore del fascismo ma anche un informatore dell’OVRA (la polizia segreta fascista) sospettato di responsabilità dirette nell’arresto di svariate e spesso illustri figure dell’antifascismo piemontese (tra cui Giulio Einaudi, Piero Martinetti, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese). Scrittore di successo di romanzi erotici e umoristici, Pitigrilli fu anche editore di diversi periodici a partire da «Le Grandi Firme», periodico ammiccante al bisogno di evasione, di divertimento e alle fantasie sessuali del pubblico borghese a cui era destinato attraverso “novelle” di autori importanti o famosi (da segnalare, nei numeri 65 e 73, racconti di Marinetti ). Leggera e innocentemente provocatoria, la prima serie della rivista continuò le proprie pubblicazioni fino all’aprile del 1937 quando venne ceduta per motivi finanziari ad Arnaldo Mondadori. La nuova serie – iniziata con il numero 308 del 22 aprile 1937 sotto la direzione di Cesare Zavattini – si presentò con un formato rinnovato e con le copertine affidate all’illustratore Gino Boccasile caratterizzate dalla celebre “Signorina Grandi Firme”, donna moderna, disinibita e maliziosamente goffa che avrebbe dominato la grafica del periodico fino all’ottobre del 1938 quando Mussolini ordinò l’immediata chiusura della rivista. L’immagine femminile eccessivamente emancipata comunicata dai disegni e dalle strisce a fumetti di Boccasile, infatti, nonché la pubblicazione di un racconto di Paola Masino - «Fame» - incentrato sulla condizione di estrema povertà di molti italiani risultarono inaccettabili per il regime, decretando la fine di questa eccentrica avventura editoriale.‎

‎[Alfabeta; Nanni Balestrini, Umberto Eco, Francesco Leonetti, Maria Corti, Antonio Porta, Paolo Volponi et alii]‎

‎Alfabeta‎

‎Collezione completa in edizione originale. Collezione completa di 114 numeri dal maggio 1979 al dicembre 1988 in ottimo stato di conservazione. Nel 1979 la casa editrice milanese Multhipla diretta da Gino Di Maggio decise di riprendere l’esperienza del periodico «AlfaBeta. Laboratorio di critica delle arti visive, di storia dell’arte e …» terminata nel marzo del 1976 dopo soli otto numeri, dando vita ad «Alfabeta. Mensile di informazione culturale». Rispetto alla rivista originaria, più strettamente legata all’ambito artistico, la nuova serie ha interessi - come del resto il sottotitolo dichiara – culturali in senso più ampio, concentrandosi in modo particolare nel campo letterario e in quello politico. Animatori del progetto furono, oltre allo stesso Di Maggio e a Gianni Sassi nella vesta di art director, Nanni Balestrini, Umberto Eco, Paolo Volponi, Antonio Porta, Maria Corti, Francesco Leonetti, Pier Aldo Rovatti e Mario Spinella. Più avanti, il comitato di redazione includerà anche Omar Calabrese, Carlo Formenti, Vincenzo Bonazza, Marisa Giuffra, Nino Trombetta e Maurizio Ferraris. Volontà di Nanni Balestrini – che a ragione può essere considerato come una delle figure fondamentali della rivista, se non la più importante – era quella di creare un gruppo caratterizzato da interessi culturali e posizionamenti politici diversi tra loro così da cogliere e restituire criticamente e nel modo più completo possibile i mutamenti in atto e i movimenti emergenti generando, seppur nella differenza, un fronte comune contro la crisi e il ritiro dalla scena pubblica degli intellettuali e contro il disimpegno politico venuti dopo la stagione del fermento culturale e delle lotte. L’avventura di «Alfabeta» terminerà nel 1988 con il numero 114. Solo nel 2010 Balestrini e Di Maggio cercheranno di recuperare il senso di quell’avventura tanto importante fondando «Alfabeta 2 - mensile di intervento culturale».‎

‎[Ronda] (direttori Vincenzo Cardarelli e Aurelio Emilio Saffi)‎

‎La Ronda‎

‎Edizione originale. Tutto il pubblicato, compreso il numero straordinario uscito nel dicembre 1923 in sostituzione del numero del dicembre 1922 mai pubblicato. Fascicoli in ottimo stato rilegati in otto volumi in tela rossa con titoli oro al dorso e acetato. Conserva la prima brossura originale per ogni volume. La rivista «La Ronda», tra le più importanti riviste letterarie del Novecento, cominciò le proprie pubblicazioni a Roma nell’aprile del 1919. Inizialmente diretta da un comitato redazionale composto da Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano, Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli e Aurelio Emilio Saffi – ovvero “i sette savi” come amavano definirsi-, a partire dal quarto numero del 1920 la direzione passò formalmente in mano ai soli Cardarelli e Saffi allargando tuttavia il gruppo dei collaboratori esterni che includeva, tra gli altri, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Guglielmo Ferrero e Vilfredo Pareto. Nata con lo scopo di restituire vigore alla tradizione letteraria italiana minacciata – secondo i rondisti – dalle spinte sperimentali e avanguardiste (con i futuristi, ma anche Pascoli, riconosciuti come principali responsabili dell’impoverimento della letteratura contemporanea), «La Ronda» vedeva in Manzoni e, ancor di più, in Leopardi i modelli a cui guardare. Non a caso, proprio a Leopardi sarà dedicato il corposo numero triplo del marzo/aprile/maggio 1921 «Il Testamento letterario di Giacomo Leopardi» con la curatela di Vincenzo Cardarelli. Nonostante la condivisione di questa causa comune e il forte legame di amicizia tra i membri fondatori, la rivista cessò le pubblicazioni dopo neppure 4 anni di vita a causa di forte divisioni interne: il penultimo numero uscì infatti nel novembre del 1922 prima che nel dicembre 1923 venisse pubblicato, con la dicitura “numero straordinario”, l’atto finale di questa fondamentale avventura culturale ed editoriale tesa a ridare vita e nuove identità al classicismo e alla sua eleganza.‎

‎[Civiltà delle macchine] (direttore Leonardo Sinisgalli; poi: Francesco Flores d’Arcais)‎

‎Civiltà delle macchine [1956 - 1957 - 1970 - 1971 - 1972 - 1976 - 1977 - 1979]‎

‎Edizione originale. Tutto il pubblicato degli anni 1956 - 1957 - 1970 - 1971 - 1972 - 1976 - 1977 e 1979. Esemplari in ottime condizioni (da segnalare solo nel numero doppio 3 - 4 del del 1971 il parziale distacco del piatto anteriore della brossura), con occasionali e rare abrasioni al dorso dei fascicoli. Rivista bimestrale fondata nel 1953 dal poeta Leonardo Sinisgalli – che l’avrebbe diretta nei suoi primi cinque anni di vita - per conto di Finmeccanica. Ispirata al «Politecnico – Repertorio di studi applicati alla prosperità e coltura sociale» di Cattaneo, esattamente come il periodico milanese nato nel 1839 «Civiltà delle macchine» si proponeva di riunire cultura scientifica e tecnologica e cultura umanistica, così da favorire uno sviluppo pieno – e armoniosamente organizzato – dei lettori. Numerosi furono gli esponenti di rilievo del mondo letterario, artistico, filosofico e, ovviamente, scientifico ed economico che collaborarono alla rivista nei suoi 26 anni di vita: basterebbe qui ricordare Ungaretti (presente nel numero inaugurale), Moravia, Gadda, Dorfles, Paci, Levi-Montalcini, e poi ancora l’economista Oskar Morgenstern che, da Princeton, scriveva nel 1964 al nuovo direttore Francesco Flores d’Arcais: «Da un po’ di tempo a questa parte ricevo “Civiltà delle macchine” […]. Non conosco nessun’altra rivista che unisca così bene arte e scienza. Continui l’ottimo lavoro». E in effetti comune e importante fu lo sforzo dei suoi ideatori e dei contributori affinché si riunissero ambiti del pensiero e della conoscenza umane ormai fatalmente separati in un tempo che guardava – e che ancora guarda – con sospetto non sempre ragionevole al progresso tecnico-scientifico. Da segnalare infine le bellissime copertine – spesso realizzate con disegni originali da artisti diversi (tra i tanti: Severini, Vedova, Tamburi, Zadkine) – e la grafica curatissima che caratterizzarono l’intera storia di «Civiltà delle macchine». Cfr. D. Germanese, «Civiltà delle macchine (1953 - 1979)» in Parolechiave 1/2014, Carocci, pp. 145 - 152.‎

‎[Civiltà; Valentino Bompiani, Emilio Cecchi e Cipriano Efisio Oppo]‎

‎CIVILTÀ. Rivista bimestrale [poi: trimestrale] della Esposizione Universale di Roma‎

‎Collezione completa. Tutto il pubblicato (11 numeri) in ottimo stato di conservazione, con leggere abrasioni e mancanze al dorso della brossura di alcuni numeri (in particolare 8 e 9). Raro a trovarsi così. Dell’Esposizione universale 1942, che avrebbe dovuto tenersi a Roma ma fu cancellata a causa della guerra, rimane oggi il celebre quartiere dell’EUR, con i suoi monumentali edifici razional-fascisti, traccia di un grandioso piano che avrebbe dovuto celebrare internazionalmente al massimo grado il ventennale del fascismo. Il progetto nacque ben sette anni prima per iniziativa del governatore di Roma Giuseppe Bottai. Contemporaneamente all’elaborazione urbanistico-costruttiva, affidata ad alcuni tra i più interessanti architetti del periodo (Piacentini, Pagano, Moretti, Libera), fin da subito si mise in moto anche la macchina culturale, che vide l’editore Valentino Bompiani tra i protagonisti principali: «[…] ancor prima dell’ottobre 1936, quando Mussolini aveva annunciato per la prima volta la futura Esposizione universale di Roma, l’editore Valentino Bompiani aveva presentato a Bottai, che nel 1935 ricopriva la carica di governatore di Roma, il progetto di una “Mostra della civiltà italica dai tempi di Augusto ai tempi di Mussolini che avrebbe dovuto essere realizzata in un edificio appositamente costruito […]. Bottai fin dall’inizio aveva molto apprezzato il progetto della mostra» caldeggiandolo a Vittorio Cini, commissario generale dell’expo. «Tra la fine del ’36 e i primi mesi del ’37 tale progetto continuò a essere oggetto di uno scambio di corrispondenza tra Bompiani, Cini e Oppo» (E 42, I, pp. 118b). La «lussuosissima rivista “Civiltà” accompagnò, commentò, discusse, appunto la Mostra della civiltà italiana, seguendo le strutture fisiche del palazzo e, insieme, il definirsi dei contenuti» (ivi, p. 8a), rimanendo oggi, al pari del Palazzo della Civiltà, imponente ‘Colosseo moderno’, unico monumento dell’impresa. Il primo numero esce nell’aprile del 1940, nel formato tipico della rivista/album in 4° su carta patinata. Nasce come bimestrale ma subito dal terzo fascicolo passa a trimestrale con quattro uscite l’anno. Nel comitato di direzione oltre a Bompiani figurano Emilio Cecchi, responsabile della parte storico-letteraria, e Cipriano Efisio Oppo, fondatore e direttore della Quadriennale e direttore artistico di E42; ruolo onorario ebbe il senatore Luigi Federzoni dell’Accademia d’Italia, nelle vesti di presidente del comitato. Grande attenzione è posta a coniugare alta qualità dei materiali e grandi tirature: carta a doppia patinatura Binda; compositori tipografici Grafitalia, Raffaello Bertieri, Arti Grafiche Bergamo e Stabilimento Giani; incisioni Alfieri e Lacroix e De Pedrini. Da questo punto di vista, «Civiltà» è da considerarsi come il capolavoro del Bompiani editore ai tempi del fascismo, e una delle vette della ‘via italica’ al rotocalco di qualità, quel tipo di pubblicazione d’aspetto lussuoso e curato ma a destinazione popolare inventato dal newyorkese Condé Nast con «Vanity Fair» e il rilancio di «Vogue» nei primi anni dieci del Novecento. -- Le copertine sono per lo più opere originali di artisti importanti — per «spezzare — come scrive Bompiani a Oppo nel settembre del ’40 — il cerchio dell’aulica classicità» (Cristallini, p. 271a). Impaginate al vivo e passanti lungo il dorso dal piatto anteriore al posteriore, presentano una qualità di riproduzione fotostatica elevatissima nella resa dei colori e del dettaglio: l’olio di Campigli sulla copertina del n. 1 è percepibile in tutta la sua tridimensionalità materica, così come il Morandi del n. 7, che si vede fin nella grana della tela, o il Fausto Pirandello del n. 9. Gli altri artisti ad apparire sulle copertine di «Civiltà» sono Funi, De Chirico e Boldini. L’impaginato interno è svolto secondo precise linee di classicità razionale, riconducibili al magistero di Edoardo Persico e dell’editoriale Domus: fotografie e grandi tavole a colori impaginate al vivo, veline di cellophane parlanti. I contenuti sono riservati al recupero storico e antropologico della «civiltà italiana»; grande spazio è riservato ai reperti della romanità e ai grandi artisti rinascimentali, senza dimenticare la serie dedicata al rapporto tra grandi scrittori stranieri e l’Italia, particolarmente nel corso dell’Ottocento. Gli scrittori sono scelti tra gli accademici, i professionisti e gli specialisti degli argomenti trattati, che spaziano dalla musica al design passando per la letteratura, l’arte, la storia e le scienze; spiccano i nomi di Piacentini, Alvaro, Gentile, Pasquali, D’Amico, Baldini, Bontempelli, Radius, Dettore, Praz, Manzini, Tecchi, Bacchelli, De Robertis, Vergani, Apollonio, Marpicati, Piovene. -- Il dato fotografico rimane sempre eccezionale, e a tutt’oggi di grande interesse, soprattutto quando si stacca dalla documentazione storica per ritrarre la contemporaneità: spaccati di razionalismo fascista o momenti di vita di sapore neorealista (feste popolari, lavoro nei campi, lavoro nelle grandi industrie), «tagli nuovi, audaci ingrandimenti, anche di particolari a piena o a doppia pagina, che si offrono come incisivo richiamo emotivo e spettacolare» (ivi, p. 268-s). Collaborano all’iconografia tra gli altri i fotografi Alinari, Faraglia, Guidotti, Comencini, Fiorentini, Pozzi Bellini, Parisio, Massani, Omegna e gli architetti Pagano, Peressutti, Bardi. Una menzione meritano anche le tavole pubblicitarie ordinatamente impaginate nelle prime trentadue pagine di ciascun fascicolo, e stampate a colori: si ravvisano le firme di Ricas, Derrico, Cancelli, Riccobaldi, Carboni, Menzio, Delfino, Gino Kraier, Giammusso, Gallesi, Casa, Piffero; notevole la serie per Fiat che appare sempre a rispecchio dell’occhiello, proponendo opere di Bartoli, Sironi, Paolucci, Guzzi, Casorati, Bucci. -- La rivista continua le sue uscite ininterrottamente nel corso della prima fase della guerra, quella che vede la Germania vittoriosa; segue ‘a distanza’ — per così dire — l’evolversi degli eventi bellici, registrando per esempio l’entrata in guerra del Giappone con una serie di articoli sui guerrieri Ronin. Pubblicato non senza difficoltà, come denunciano le tavole pubblicitarie per la prima volta in bianco e nero, l’ultimo numero 11 esce con data ottobre 1942, cioè alla vigilia delle disfatte di Stalingrado ed El-Alamein, le due battaglie che segnarono il cambio di rotta nelle sorti del devastante conflitto mondiale. E 42: utopia e scenario del regime (Venezia 1987); Cristallini, La rivista dell’Esposizione universale di Roma: Civiltà (ivi, II, 266-273) 11 volumi‎

‎[Don Basilio] (Comitato direttivo: R. Maccari, M. Majorana, M. Pescatore, F. Scarpelli]‎

‎Don Basilio. Settimanale satirico contro le parrocchie di ogni colore‎

‎Edizione originale. Gran parte del pubblicato dal numero 1 del 12 settembre 1946 al numero 85 del 25 aprile 1948. Mancano i numeri: 16 - 17 - 34 - 49. Esemplari bruniti e con occasionali lacerazioni, ma nel complesso in stato più che buono se non ottimo per alcuni fascicoli. Fondata nel 1946 a Roma e diretta da un comitato formato da Maccari, Majorana, Pescatore e Scarpelli, «Don Basilio» si proponeva - sulla scia di precedenti e importanti esperienze di satira politica e anticlericale, a cominciare da «L’asino» di Gabriele Galantara e Guido Podrecca - di combattere con l’ironia e l’umorismo «contro le parrocchie di ogni colore», come recita il sottotitolo. Nel clima socialmente e politicamente teso dell’Italia dell’immediato dopo guerra, la redazione del settimanale rese chiarissime la propria posizione e la propria vocazione ferocemente avversa al Vaticano e alla Democrazia Cristiana. E basterebbe del resto guardare al grande titolo che domina il numero di apertura del 12 settembre 1946 per comprenderlo: «De Gasperi è un fantoccio manovrato dalla Compagnia di Gesù» accompagnato da una vignetta in cui Don Sturzo - ritornato in Italia da pochi giorni dopo l’esilio americano - viene accolto proprio da De Gasperi, dal Papa e da un gruppo di inquietanti prelati e guardie svizzere. L’esperienza di «Don Basilio» nel formato originario si concluse nel 1948 dopo 120 uscite, benché una “nuova serie” continuò le pubblicazioni dal gennaio 1949 all’aprile 1950.‎

‎[Le Rire. Journal Humoristique Paraissant le Samedi] (direttore Felix Juven)‎

‎Le Rire. Journal Humoristique Paraissant le Samedi‎

‎Edizione originale. Numeri dal 159 (novembre) al 164 (dicembre) più un numero speciale fuori serie del 1897 e tutto il pubblicato del 1900 (compreso numero speciale «Le dégout. Numéro spécial dédié aux Gouvernements européens»). Fascicoli normalmente bruniti in ottimo stato di conservazione rilegati in due volumi. 6 numeri dal 20 novembre al 25 dicembre 1897 (più un numero speciale fuori serie) e tutto il pubblicato del 1900 (compreso il numero speciale «Le dégout. Numéro spécial dédié aux Gouvernements européens») del settimanale satirico francese «Le Rire» attivo dal 1894 al 1971. Fondata a Parigi da Felix Juven - che assunse, oltre al ruolo di direttore, anche quello di editore mentre la redazione venne affidata al giornalista e critico d’arte Arsène Alexandre - , la rivista si componeva di circa 16 pagine composte da testi, strisce a fumetti, vignette e illustrazioni spesso a piena pagina in bianco e nero e a colori affidate, tra i tanti e nel tempo, a Toulouse-Lautrec, Marcel Duchamp, Charles Léandre, Leonetto Cappiello. Ovviamente feroce nei confronti della classe politica francese, «Le Rire» si rivolgeva al pubblico parigino più agiato, attento all’attualità ma anche incuriosito dai cambiamenti sociali o dalle novità artistiche e culturali.‎

‎[Novissima. Albo d’arti e lettere] (direttore Edoardo De Fonseca) [1901 - 1910]‎

‎Novissima. Albo d’arti e lettere. Direttore: Edoardo de Fonseca‎

‎Edizione originale. Rara collezione completa (10 volumi). Esemplari in ottime condizioni con rare e normali abrasioni ai piatti (da segnalare solo fioritura al piatto del X volume). Carte pulite con qualche occasionale fioritura. Rarissima collezione completa di «Novissima» “albo d’arti e lettere” ideato e fondato da Edoardo De Fonseca tra il 1900 – anno in cui diede vita a Milano alla Società Editrice di Novissima - e il 1901, anno di pubblicazione del primo volume di questa bellissima – e unica nel suo genere – rivista dedicata alla letteratura, all’arte e all’illustrazione. Contraddistinta da una grafica curata e riccamente liberty, al suo interno «Novissima» raccoglieva testi e componimenti poetici di autori importanti (tra i molti, De Amicis, Pirandello, Pascoli, D’Annunzio), rubriche di teatro, musica e moda, inserzioni pubblicitarie ma, soprattutto, illustrazioni e tavole stampate su carte di tipo diverso. Bompard, Majani, Terzi, Dudovich, Kienerk sono solo alcuni degli illustratori che De Fonseca chiamò a sé per collaborare stabilmente al periodico annuale e per firmare le copertine, piccoli gioielli d’Art Nouveau. Nel dettaglio, «Novissima» si presentò con la copertina del 1901 - raffigurante una giovane donna tra i rami di ciliegio - firmata da Aleardo Terzi; nel 1902 con l’illustrazione di Antonio Rizzi; nel 1903 con l’elegante creazione dello scultore Edoardo Rubino, a metà tra bassorilievo e cammeo; nel 1904 con la grafica del notissimo cartellonista Marcello Dudovich; nel 1905, il piatto anteriore è affidato ad Augusto Majani, mentre nel 1906 nuovamente ad Aleardo Terzi; nel 1907, in un numero che affronta i temi emersi all’Esposizione Internazionale di Milano dell’anno precedente, la copertina - che ritrae un uomo intento a innaffiare un melograno - è di Duilio Cambellotti; nel 1908 il tema femminile è invece sviluppato da Giovanni Mataloni; nel 1909 è la volta di Alfredo Baruffi, a cui viene affidata anche l’illustrazione dell’intero volume, mentre nel 1910 la pubblicazione si congeda con la copertina di Umberto Bottazzi. Tra i contributi artistici accolti all’interno dei numeri, non si può non segnalare quantomeno la presenza di un’opera di Giacomo Balla nel volume del 1904. Perfettamente in linea con i tempi, l’esperienza di «Novissima» si concluse nel 1910 al mutare del gusto artistico e del clima culturale, rimanendo tuttavia una splendida testimonianza dello spirito a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, così sospeso, onirico e borghesemente languido. 10 voll.‎

‎D’Annunzio, Gabriele [su Giovanni Segantini]‎

‎Per la morte di Giovanni Segantini [«Il Marzocco» n. 36, 8 ottobre 1899 - PRIMA EDIZIONE]‎

‎Prima edizione. Rarissimo fascicolo in ottimo stato di conservazione, leggermente brunito, con lievissime e limitate mancanze al lato inferiore del primo foglio e normali, non deturpanti abrasioni lungo le pieghe del giornale. Da segnalare 4 sottolineature a matita blu, probabilmente coeve, al primo foglio. Pubblicata per la prima volta in volume dall’editore Treves nel dicembre del 1903 all’interno di «Elettra» - secondo libro delle dannunziane «Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi» -, «Per la morte di Giovanni Segantini» inaugura nel cuore del poema - subito dopo i 3 canti “della morte e della gloria” - la sezione dominata dagli epicedi «Per la morte di Giuseppe Verdi», «Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini», «Nel primo centenario della nascita di Victor Hugo», «Per la morte di un distruttore F. N. XXV Agosto MCM» (dedicata a Nietzsche), «Per la morte di un capolavoro» e testimonia tutta l’ammirazione di D’Annunzio per la “dolce e rude” anima del grande pittore trentino «che cercava una patria nelle altezze più nude sempre più solitaria». Ma le vibranti e commosse parole del poeta tese a evocare la potenza maestosa, pura e al tempo stesso dolente dei monti tanto cari a Segantini così da evocare e fermare per sempre lo spirito dell’artista avevano già visto la luce nei giorni immediatamente successivi all’improvvisa morte del maestro divisionista e simbolista, avvenuta il 28 settembre 1899. La loro prima pubblicazione, infatti, risale all’8 ottobre dello stesso anno quando la rivista letteraria «Il Marzocco» - settimanale fondato a Firenze nel 1896 a cui lo stesso D’Annunzio aveva dato il nome in omaggio al leone simbolo della Repubblica fiorentina - dedicò l’intero numero 36 alla scomparsa del pittore. Delle quattro grandi pagine di cui si componeva il periodico tre accolsero contributi firmati dal direttore della rivista Enrico Corradini, da Angelo Conti, da Domenico Tumiati e da Vittore Grubicy, mentre la prima ospitò il solenne canto celebrativo del Vate, già posto sotto il titolo «Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi». Rarissimo fascicolo, da considerarsi a tutti gli effetti una prima edizione. Cfr. F. Masci (a cura di), «La vita e le opere di Gabriele D’Annunzio, in un indice cronologico e analitico», Danesi, Roma 1950, p. 149.‎

‎D’Annunzio, Gabriele‎

‎La morte del cervo [«Il Marzocco» n. 22, 31 maggio 1903 - PRIMA EDIZIONE]‎

‎Prima edizione. Rarissimo fascicolo in ottimo stato di conservazione con rarissime fioriture e normali abrasioni non deturpanti alle pieghe del giornale. Timbro alla prima pagina. Composta nell’agosto del 1902 e pubblicata per la prima volta in volume nel dicembre del 1903 dall’editore Treves all’interno di «Alcyone» - terzo libro del ciclo «Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi» - «La morte del cervo» fu pubblicata in anteprima sulla prima pagina di «Il Marzocco» del 31 maggio 1903. Fondato a Firenze nel 1896 e attivo fino al 1932, il settimanale letterario «Il Marzocco» si propose come luogo di difesa della “pura bellezza”, in perfetta sintonia con i principi dell’estetismo nazionale ed europeo. Non a caso, dunque, D’Annunzio non fu soltanto un fedele collaboratore della rivista ma anche uno degli estensori del suo manifesto, nonché l’ideatore del nome (voluto in omaggio al leone simbolo della Repubblica fiorentina).‎

‎[Tèchne] (Direttore Eugenio Miccini)‎

‎Tèchne. Bollettino/rivista del Centro «Tèchne» (Primo numero, ottobre 1969)‎

‎Edizione originale. Esemplare in stato più che buono (strappo in corrispondenza del primo punto metallico al piatto anteriore, gora perimetrale al piatto posteriore, carte e tagli leggermente bruniti). Completo di «Poesia sotterranea poesia trovata» di Franco Vaccari e di una serigrafia originale di Vittorio Del Piano con testo di Michele Perfetti. Primo numero della rivista «Tèchne» pubblicata a Firenze a partire dall’ottobre del 1969 e diretta da Eugenio Miccini come bollettino del Centro omonimo (voluto e creato dallo stesso artista e poeta toscano sempre nel 1969). Tra i membri fondatori del «Gruppo 70» insieme a Lamberto Pignotti e Luciano Ori, Miccini si propose con il centro culturale e con il periodico a esso collegato di proseguire il lavoro di ricerca e divulgazione militante nel campo della sperimentazione d’avanguardia e della Poesia Visiva, di cui l’artista toscano, scomparso nel 2007, fu non soltanto uno dei massimi esponenti ma anche ideatore del termine proprio all’interno dell’esperienza del già ricordato «Gruppo 70». Eccentricamente composta da fogli dattiloscritti, manifesti, riproduzioni di opere su carta patinata di diversi formati, volantini e con i suoi testi in italiano, inglese e tedesco il periodico - la cui pubblicazione proseguirà fino al 1976, con un’interruzione tra il 1970 e il 1974, per un totale di 19 numeri divisi in 9 fascicoli - si presentava come una raccolta di materiali variamente legati alla sperimentazione verbo-visiva (diventando, insieme a «Lotta Poetica», l’organo più importante del movimento di Poesia Visiva non soltanto a livello nazionale) e come cassa di risonanza delle attività del Centro o di luoghi similmente e volontariamente lontani dai circuiti culturali tradizionali e dal potere da essi esercitato. Oltre ai contributi, tra gli altri, di Miccini, Achille Bonita Oliva, Luigi Paolo Finizio, Michele Perfetti, il primo numero contiene opere di: Walter Fusi, Umberto Lanza, Renato Ranaldi, Renato Spagnoli, Giovanni Campus, Bianca Garinei, Gabriele Perugini, Riccardo Guarneri, Delia Betto, Carlo Severa. Da segnalare in particolare, all’interno del presente fascicolo, una serigrafia dell’artista pugliese Vittorio Del Piano e, soprattutto, le tavole fotografiche di Franco Vaccari «Poesia sotterranea poesia ritrovata» non presenti in tutte le copie del primo numero a causa dell’allestimento artigianale delle copie stesse (Cfr. M. Bazzini, G. Maffei, «Geiger - Tèchne. Edizioni di poesia e arte», p. 85). M. Bazzini, M. Gazzotti, «Controcorrente. Riviste e libri d’artista delle case editrici della Poesia visiva», Allemandi, Torino 2011, pp. 21 - 22; M. Bazzini, G. Maffei, «Geiger - Tèchne. Edizioni di poesia e arte», Gli Ori, Pistoia 2002; G. Maffei, P. Peterlini, «Riviste d’Arte d’Avanguardia», Edizioni Sylvestre Bonnard, 2005, p. 146.‎

‎[Tèchne] (Direttore Eugenio Miccini)‎

‎Tèchne. Bollettino/rivista del Centro «Tèchne» (numeri 1, 2, 3/4)‎

‎Collezione completa dei primi 4 numeri. Tutto il pubblicato del 1969 e primo numero doppio del 1970. Fascicoli in ottime condizioni, con normali abrasioni e segni d’usura alle brossure e carte e tagli leggermente bruniti (lieve fioritura ala prima carta del numero 3/4). Molto rari, specie in queste condizioni. Estremamente rari. Primi 4 numeri in 3 fascicoli della rivista «Tèchne» pubblicata a Firenze a partire dall’ottobre del 1969 e diretta da Eugenio Miccini come bollettino del Centro omonimo (voluto e creato dallo stesso artista e poeta toscano sempre nel 1969). Tra i membri fondatori del «Gruppo 70» insieme a Lamberto Pignotti e Luciano Ori, Miccini si propose con il centro culturale e con il periodico a esso collegato di proseguire il lavoro di ricerca e divulgazione militante nel campo della sperimentazione d’avanguardia e della Poesia Visiva, di cui l’artista toscano, scomparso nel 2007, fu non soltanto uno dei massimi esponenti ma anche ideatore del termine proprio all’interno dell’esperienza del già ricordato «Gruppo 70». Eccentricamente composta da fogli dattiloscritti, manifesti, riproduzioni di opere su diversi tipi di carta e di formato, volantini e inserti e con i suoi testi in italiano, inglese e tedesco il periodico - la cui pubblicazione proseguirà fino al 1976 per un totale di 19 numeri divisi in 9 fascicoli - si presentava come una raccolta di materiali variamente legati sperimentazione verbo-visiva - diventando, insieme a «Lotta Poetica», l’organo ufficiale del movimento di Poesia Visiva non soltanto a livello nazionale - e come cassa di risonanza delle attività del Centro o di luoghi similmente e volontariamente lontani dai circuiti culturali tradizionali e dal potere da essi esercitato. In questi primi numeri relativi al periodo compreso tra l’ottobre del 1969 e il marzo del 1970, si segnalano in particolare i lavori e le tavole grafiche di Eugenio Miccini, Michele Perfetti, Bianca Garinei, Giuseppe Manigrasso, Lamberto Pignotti, Luciano Ori, Jean-François Bory, Franco Vaccari, Adriano Spatola, Jiri Valoch, e gli appunti critici, tra gli altri, dello stesso Miccini, Achille Bonito Oliva, Gillo Dorfles. Nella copia del primo numero qui proposta non sono presenti - a causa dell’allestimento artigianale di queste primissime uscite della rivista (Cfr. M. Bazzini, G. Maffei, «Geiger - Tèchne. Edizioni di poesia e arte», p. 85) - la serigrafia di Vittorio Del Piano e le tavolo fotografiche di Franco Vaccari «Poesia sotterranea poesia trovata». M. Bazzini, M. Gazzotti, «Controcorrente. Riviste e libri d’artista delle case editrici della Poesia visiva», Allemandi, Torino 2011, pp. 21 - 22; M. Bazzini, G. Maffei, «Geiger - Tèchne. Edizioni di poesia e arte», Gli Ori, Pistoia 2002; G. Maffei, P. Peterlini, «Riviste d’Arte d’Avanguardia», Edizioni Sylvestre Bonnard, 2005, p. 146.‎

‎[Tèchne] (Direttore Eugenio Miccini; redattore Lino Centi)‎

‎Tèchne (numeri 11/12/13 e 14/15/16)‎

‎Edizione originale. Tutto il pubblicato del 1974 e del 1975 (due numeri tripli: 11/12/13 e 14/15/16). Fioritura e piccola mancanza al piatto anteriore della brossura del 1975 e normali tracce di usura a entrambi i numeri, ma nel complesso ottimi esemplari. Estremamente raro. Tutto il pubblicato degli anni 1974 e 1975 in due numeri tripli (11/12/13 e 14/15/16) nel nuovo formato 22 x 16 cm (rispetto ai precedenti 34 x 24 e 33 x 22 degli anni 1969 - 1970) della rivista «Tèchne» pubblicata a Firenze a partire dall’ottobre del 1969 e diretta da Eugenio Miccini come bollettino del Centro omonimo (voluto e creato dallo stesso artista e poeta toscano sempre nel 1969). Tra i membri fondatori del «Gruppo 70» insieme a Lamberto Pignotti e Luciano Ori, Miccini si propose con il centro culturale e con il periodico a esso collegato di proseguire il lavoro di ricerca e divulgazione militante nel campo della sperimentazione d’avanguardia e della Poesia Visiva, di cui l’artista toscano, scomparso nel 2007, fu non soltanto uno dei massimi esponenti ma anche ideatore del termine proprio all’interno dell’esperienza del già ricordato «Gruppo 70». Eccentricamente composta da fogli dattiloscritti, manifesti, riproduzioni di opere, volantini e con i suoi testi in italiano, inglese e tedesco il periodico - la cui pubblicazione proseguirà, con un’interruzione tra il 1970 e il 1974, fino al 1976 per un totale di 19 numeri divisi in 9 fascicoli - si presentava come una raccolta di materiali variamente legati sperimentazione verbo-visiva (diventando, insieme a «Lotta Poetica», l’organo ufficiale del movimento di Poesia Visiva non soltanto a livello nazionale) e come cassa di risonanza delle attività del Centro o di luoghi similmente e volontariamente lontani dai circuiti culturali tradizionali e dal potere da essi esercitato. Rispetto alle prime uscite della rivista, i volumi qui proposti si presentano con una confezione editoriale classica, apparentemente meno vicina allo stile delle riviste avanguardiste e sperimentali assemblate artigianalmente. Rimangono tuttavia le pagine dattiloscritte (con saggi e interventi più lunghi e non più proposti anche in inglese e tedesco), gli inserti e le tavole grafiche stampati su carte di tipo e formati diversi tipici del periodico. Tra i molti contributi testuali e visivi raccolti in questi numeri si segnalano, in particolare, quelli di Sylvano Bussotti, Lucia Marcucci, Emilio Isgrò, Lino Centi, Miroslav Klivar, Lamberto Pignoti, Eugenio Miccini. M. Bazzini, M. Gazzotti, «Controcorrente. Riviste e libri d’artista delle case editrici della Poesia visiva», Allemandi, Torino 2011, pp. 21 - 22; M. Bazzini, G. Maffei, «Geiger - Tèchne. Edizioni di poesia e arte», Gli Ori, Pistoia 2002; G. Maffei, P. Peterlini, «Riviste d’Arte d’Avanguardia», Edizioni Sylvestre Bonnard, 2005, p. 146.‎

‎Pascoli, Giovanni‎

‎Il secolo XX (anno XI, numero 5) [Le lacrime di Bacco; Alla sorella Ida]‎

‎Prima edizione. Minimi restauri alla brossura dorso, ma ottimamente conservato. La rivista accoglie alle pp. 377-92 il lungo articolo di Pio Schinetti «Pagine inedite di Giovanni Pascoli», di particolare interesse per le fotografie, i disegni (tra cui alcuni, su cartolina, tracciati dal poeta stesso) e i manoscritti riprodotti. L’articolo si conclude con due poesie di Pascoli al tempo inedite: la prima, «Le lacrime di Bacco», fu esclusa dalle «Poesie varie», mentre la seconda vi entrò col titolo di «Ida». Mentre l’una è di sfondo classico e mitologico, scritta durante gli anni universitari (il manoscritto della poesia è datato 1878), l’altra è un’affettuosa poesia per la sorella Ida, scritta a Matera nel 1882. Angela Ida Villa, «La divina ispirazione del poeta moderno alla maniera di quelli antichi e il ritorno di Dionisio, di Pan e del gladiatore Spartaco nelle poesie giovanili di Giovanni Pascoli», Milano, Educatt, 2012, pp. 41 sgg.‎

‎[Pascoli]‎

‎«A Victor Hugo» in «12: calendario mediterraneo». Edito a cura dei dodici nella Fiera del libro 1932 - X‎

‎Prima edizione. Bell’esemplare a pieni margini, in gran parte intonso. Scritta a ridosso del centenario della nascita dello scrittore francese (in calce la data 24 gennaio 1902), la poesia «A Victor Hugo» qui contenuta era già stata pubblica nelle «Poesie varie» curate da Maria Pascoli nel 1912, a dispetto di quanto annuncia la rivista sulla copertina e nella nota che precede il testo: «Nel 1902 Federico de Maria, (ecco il... victohughiano) cominciò a raccogliere in un album pensieri, omaggi, autografi di scrittori e artisti italiani a Victor Hugo. [...] Ne riproduciamo una delle gemme più preziose, una poesia – inedita – di Giovanni Pascoli».‎

‎Aa. Vv. (prefazione di Mario Guelfi)‎

‎Premio Bocca di Magra 1993‎

‎Prima edizione. Ottimo esemplare.‎

‎[Mal’Aria, libretti] (Arrigo Bugiani)‎

‎I Libretti di Mal’Aria‎

‎Edizione originale. CON DEDICA Rarissima collezione di quasi tutto il pubblicato dei «Libretti di Mal’aria» (non presenti soltanto i numeri 23, 25, 41, 46, 56, 63, 66, 69, 70 della serie “500 meno”. “500 meno 62” e “500 meno 68” mai stampati) completa anche del numero speciale fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» del Natale 1977. La raccolta include inoltre: una lettera d’invio di alcuni libretti dattiloscritta e firmata a mano da Arrigo Bugiani dell’ottobre 1974, un biglietto d’auguri autografato datato 1974, un altro biglietto d’auguri autografato e con una xilografia di Pietro Parigi, tre lettere dello stesso Bugiani all’illustratore Angelo Guazzoni e il libretto fuori serie preparato in occasione della morte di Bugiani con un’incisione di Maraelisa Leboroni. Tutti gli esemplari - in totale 561 - sono in ottimo stato di conservazione, privi di particolari difetti da segnalare. La prima centuria è conservata nelle buste d’invio editoriali. Ideati nell’estate del 1960 dal geniale operaio-poeta-editore toscano Arrigo Bugiani per conservare traccia della rivista maremmana - da lui fondata nel 1951 e attiva, per nove numeri, fino al 1955 - «Mal’Aria», i «Libretti di Mal’Aria» erano creati con fogli di formato A4 di tipo diverso (comuni o di pregio, ma sempre cercata e recuperata da Bugiani in cartiere, tipografie o ovunque fosse disponibile carta di risulta o di scarto) piegati in quattro parti così da ottenere otto pagine. Progettati, composti, impaginati e dopo la stampa a Pisa con una tiratura fissa di 500 copie confezionati e spediti dallo stesso Bugiani, i 569 piccoli volumi che videro la luce tra il 1960 e il 1994 contenevano sempre una poesia, un testo, un’incisione donati da uno straordinario gruppo di poeti, scrittori e artisti che, per oltre trent’anni, supportarono questa meravigliosa e unica avventura editoriale. Organizzati in centurie ed eccentricamente pubblicati - come ricorda il figlio di Bugiani, Orso, i libretti «erano suddivisi in gruppi prima di sei, poi di dieci […], omogenei per genere, o poesia o curiosità. Accadeva così che, secondo la disponibilità di materiale, due, tre o quattro gruppi fossero lavorati insieme, ciò che faceva sì che molti libretti restassero indietro, stampati appresso a quelli che nella numerazione venivano dopo» -, essi ospitarono originali, inediti o riproduzioni di opere di Boccioni, Guttuso, De Pisis, Morandi, Modigliani, Parigi (solo per ricordarne alcuni), oltre alle parole, tra i tanti, di Sbarbaro, Barile, Luzi, Sinisgalli, Caproni. Una comunità di amici più che di collaboratori, stretta intorno a un progetto che aveva come solo la fine la condivisione il più possibile libera e disinteressata di frammenti di bellezza. E basterebbe leggere le parole di Bugiani impresse nel prezioso libretto fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» per comprendere l’affetto e la stima che legavano l’editore a questa comunità e viceversa fin dai tempi della rivista «Mal’Aria», nonché la volontà di rendere accessibile a tutti il lavoro di scrittori e artisti che animò questa impresa tanto bizzarra quanto poetica: «La rivista maremmana “Mal’Aria” fu un semplice capriccio di provinciali che si sbizzarrì nel giro di soli nove numeri, negli anni dal 1951 al 1955. E siccome “di cosa nasce cosa e il tempo la governa”, finita la rivista, da essa derivarono foglietti dapprincipio popolareschi: veramente popolareschi, di contenuto e di portamento non costavano due centesimi fatti per riprendere cosucce vecchie poco note o dimenticate oppure per mettere alla portata dei poveri il notevole pregio di scrittori e artisti attuali. Ma chi l’avesse detto: si vede che in tali foglietti cosiddetti “Libretti di Mal’Aria”, c’era dentro il seme della continuità, il segno dell’origine, se la passione si ridestava come al tempo di prima […]. Dev’esser stato che questi uomini che avevano già sospinto “Mal’Aria” (generosi, stupiti, spregiudicati, nobili, vivaci, altruisti, modelli, liberi bellamente liberi) dettero mano, più tardi, ai libretti, chi in un modo chi in altro modo; e se no più, tutti, per mezzo di penna o matita, certo col soffio dell’animo». A. Bugiani, «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti», «Libretti di Mal’Aria», Cursi, Pisa 1977; O. Bugiani, «Breve storia di Arrigo Bugiani poeta», Associazione culturale Resine, Savona 2010.‎

‎Munari, Bruno‎

‎Rose nell’insalata. Illustrazioni dell’autore [RAGAZZI]‎

‎Prima edizione nella collana «Libri per ragazzi». Ottimo esemplare (piccola traccia di etichetta rimossa al piatto posteriore)..‎

‎[D’Annunzio, Gabriele, Alceste De Ambris, Vittorio Graziani et alii]‎

‎Comando di Fiume d’Italia. Bollettino ufficiale [PRIMA SERIE]‎

‎Prima serie completa nn. 1-9 e 11 (il 10 mai pubblicato). Fascicoli in ottimo stato di conservazione, da segnalare solo minima fioritura al primo numero. IL 4 febbraio 1920 appare il numero I,1 del «Bollettino ufficiale» del Comando di Fiume d’Italia, con lo scopo principale di fare informazione e controinformazione: diffondere ai sostenitori e «agli avversari di buona fede» gli atti del Comando, e contrastare la campagna di denigrazione messa in campo dai nemici della causa fiumana. Il bollettino, che inizialmente appare con cadenza poco meno che quotidiana e via via si attesta tra il settimanale e il decadale, diventa uno strumento essenziale per registrare nel dettaglio le vicende dell’occupazione. Il suo successo fu tale che, nel maggio 1920, si provvide a stamparne una «prima serie» che ripercorre gli atti salienti del 1919: ne escono 10 fascicoli (l’ultimo erroneamente numerato «11») con l’indicazione di «prima serie» tra parentesi a seguire il numero, datati dal 12 settembre (marcia di Ronchi) al 25 ottobre. Salaris, Alla festa della rivoluzione (Bologna 2002); L’Arengario S.B., La città inquieta e diversa (2019), nn. 45-48, 60, 67; Guabello, Raccolta dannunziana, n. XXXXXX-; Gerra, L’impresa di Fiume, XXXXXX‎

‎[D’Annunzio, Gabriele, e Alceste De Ambris]‎

‎La Reggenza Italiana del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello stato libero di Fiume. Qvis contra nos? [in: Bollettino del Comando di Fiume]‎

‎Prima edizione ufficiale della «Carta del Carnaro». Ottimo esemplare, normalmente brunito. «La Reggenza Itaiana del Carnaro» rappresentò la costituzione dello stato libero di Fiume italiana, documento-simbolo di quella sorprendente avventura rivoluzionaria cominciata il 12 settembre 1919 con la marcia dei legionari da Ronchi (oggi appunto Ronchi dei legionari, Gorizia) e conclusasi nel «Natale di sangue» del 1920. I bibliografi ritengono che essa sia stata stampata per la prima volta in una rarissima placchetta in sole 110 copie fuori commercio, con data 27 agosto 1920 (effettiva promulgazione dell’ordinamento) e con due refusi nel testo laddove negli articoli 18 e 35 compariva ancora il termine «repubblica», altrove sistematicamente sostituito con reggenza. In questa prima edizione ufficiale, a cui è dedicato invece il trentunesimo «Bollettino ufficiale del Comando di Fiume d’Italia», l’errore è per la prima volta sanato. -- La carta fu elaborata in gran parte da Alceste De Ambris, dal gennaio 1920 capo di gabinetto del comandante di Fiume d’Italia (sotto la sua guida si intensificarono le attività più avanzate in termini di propaganda rivoluzionaria), il quale consegnò la bozza il 18 marzo 1920, come «Costituzione della Repubblica italiana del Carnaro». Il 12 agosto, al Teatro Fenice di Fiume D’Annunzio pronuncia il discorso «Domando alla città di vita un atto di vita», nel quale si riferisce del lavoro sulla carta e della prossima scadenza fissata al 12 settembre per la promulgazione dello «Stato libero del Carnaro» — «la nostra nuova vita». Da questo momento fino al 27 agosto si colloca l’intenso lavoro di revisione e integrazione: «L’editing dannunziano consiste nella trasposizione dello scritto in prosa d’arte, con il sistematico uso, per indicare istituti e varie magistrature, di termini arcaici tratti dal linguaggio degli antichi statuti comunali e corporativi, e nella sostituzione della parola repubblica con reggenza. Da poeta, D’Annunzio trova perfino una giustificazione estetica, dicendo che “reggenza italiana del Carnaro” è un endecasillabo: “Il ritmo ha sempre ragione”» (Salaris, p. 86)‎

‎[Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà]‎

‎Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà [Torre Pellice]‎

‎Edizione originale stampata nella tipografia clandestina “L’Alpina” di Torre Pellice. Tutto il pubblicato del 1944 dei “Nuovi quaderni di Giustizia e Libertà” (numeri 1, 2 - 3, 4). Quaderni 2 - 3 e 4 in ottimo stato, con normali segni d’usura alle brossure. Quaderno 1 con distacco fermato dei piatti della brossura e dorso con estese mancanze, ma carte in ottimo stato. Tutto il pubblicato del 1944 dei “Nuovi quaderni di Giustizia e Libertà” stampati nella tipografia “L’Alpina” di Torre Pellice, luogo simbolo delle pubblicazioni clandestine antifasciste piemontesi in cui coraggiosamente nasceva e da cui coraggiosamente veniva diffuso il materiale partigiano. Questi “Nuovi quaderni” ripresero l’eredità dei primi quaderni di Giustizia e Libertà - quelli voluti da un gruppo di esuli antifascisti guidati da Carlo Rosselli ed Emilio Lussu e stampati a Parigi tra il 1932 e il 1935 - proponendosi, a partire dal maggio del 1944, come spazio di discussione alta dei problemi e delle soluzioni legati non soltanto all’ancora opprimente tempo presente, ma anche a quello futuro. Come si legge nelle toccanti pagine introduttive del primo numero infatti: «Le condizioni di lavoro dei superstiti redattori e dei giovani che ad essi si sono associati sono notevolmente più difficili, più pericolose di quelle esistenti dieci o dodici anni fa. La loro maggiore forza è data dalla speranza che ci si trovi ormai avviati verso la sconfitta del nostro nemico più immediato: il fascismo e il nazismo. Ma la sconfitta del nemico non significa ancora necessariamente - e guai a farsi illusioni su questo punto - la vittoria della causa nostra [...]. Bisogna insomma avere il coraggio di dare delle soluzioni che implichino una rottura non solo col fascismo, non solo coi Savoia, non solo col grande capitale parassita, ma con tutto il modo di pensare dell’epoca che finisce».‎

‎[Novecento - 900] (a cura di Massimo Bontempelli)‎

‎900 (Nuova serie)‎

‎Edizione originale. Numeri 1, 2 e 5 della nuova serie di «900» (luglio 1928; agosto 1928; novembre 1928). Numeri 1 e 2 con fioriture e bruniture ai piatti, piatto anteriore del numero 5 perimetralmente brunito. Per il resto ottimi esemplari. Rari. Numeri 1, 2 e 5 (luglio, agosto e novembre del 1928) della nuova serie di «900», rivista letteraria fondata nel 1926 da Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte edita, fino al terzo numero compreso, dalla romana “La Voce”, prima di passare alla Società Sapientia. Pubblicato in francese, dichiaratamente europeista e con un comitato di redazione d’eccezione composto da James Joyce, George Kaiser, Gómez de la Serna, Pierre Mac Orlan, il trimestrale (mensile dal luglio 1928) si proponeva di aprire i confini culturali italiani oppressi dal patriottismo imperante mettendoli a contatto con quanto di meglio la letteratura e l’arte internazionali avessero da offrire. Invisa per questa ragione ai sostenitori del movimento Strapaese e al regime, la rivista riuscì comunque a proseguire le pubblicazioni fino al giugno del 1929, per un totale di 17 numeri che ospitarono testi, tra i tanti, di Joyce, Woolf, Cechov, Tolstoj. Il clima di sospetto e l’aperta avversità nei confronti del progetto costrinsero comunque il direttore Bontempelli a cedere all’italianizzazione dei suoi “quaderni” a partire dal primo numero della “nuova serie” dell’estate 1928, qui parzialmente presentata. Un anno prima, Bontempelli aveva dovuto registrare anche il tradimento di Malaparte, uscito dalla rivista per entrare nel gruppo strapaesano di «Il Selvaggio».‎

‎[Il Contemporaneo] (Diretto da Romano Bilenchi, Carlo Salinari, Antonello Trombadori)‎

‎Il Contemporaneo. Settimanale di cultura‎

‎Edizione originale. Tutto il pubblicato (196 fascicoli) della prima e della seconda serie (marzo 1954 - febbraio 1958) del settimanale «Il Contemporaneo». Fascicoli sciolti in ottime condizioni conservati in eleganti astucci con titoli al dorso raccolti in 6 cofanetti in tela. Rivista di letteratura, politica e cultura d’ispirazione marxista fondata a Roma nel 1954 sotto la direzione di Romano Bilenchi, Carlo Salinari e Antonello Trombadori. Settimanale fino al febbraio 1958 (quando terminano le pubblicazioni della “seconda serie” caratterizzata dal grande formato 42 x 58 cm), il periodico - che vantava nel proprio comitato direttivo, oltre ai già ricordati Salinari e Trombadori, Abe Steiner, Glauco Viazzi, Carlo Melograni e Renato Guttuso - comincerà a uscire dal marzo di quell’anno con cadenza mensile. Con articoli, interviste e approfondimenti di altissimo livello dedicati alla letteratura, all’arte e alla politica e con le sue pregevoli illustrazioni in bianco e nero, «Il Contemporaneo» si propose, fin dal numero inaugurale, di favorire la «conquista di un modo nuovo di guardare il mondo, senza evasioni e senza pessimismo [...] ma con ferma fiducia nelle possibilità umane di progresso; la conquista di una nuova vita morale è un fatto essenziale per una nuova cultura del nostro tempo».‎

‎[Il Libertario] (direttore responsabile: Mario Mantovani)‎

‎Il Libertario. Settimanale della federazione anarchica lombarda‎

‎Edizione originale. Parte del pubblicato degli anni 1946 (dal numero 51 - 52 al numero 69) e 1947 (dal numero 70 al numero 110, numero 97 mancante) del settimanale «Il Libertario». Esemplari in stato di conservazione più che buono (bruniti e occasionalmente fioriti con normali tracce di abrasione e usura). Settimanale anarchico milanese fondato nel 1944 da Mario Mantovani, successivamente direttore responsabile dal 1946 al 1960. Inizialmente pubblicato come organo della Federazione Comunista Libertaria Lombarda, in seguito alla nascita della Federazione anarchica italiana (F.A.I.) al Congresso di Carrara del settembre 1945 il periodico cambiò nome assumendo appunto il titolo di «Il Libertario. Settimane della federazione anarchica lombarda». Cessò le pubblicazioni nel settembre del 1961 a causa di pressanti difficoltà finanziarie e della sempre maggiore distanza tra la F.A.I. e i Gruppi anarchici di azione proletaria (GAAP).‎

‎[Mondo] (direttori Alessandro Bonsanti, Eugenio Montale e Arturo Loria)‎

‎Il Mondo. Lettere scienze arti musica [unito con:] Il Mondo europeo‎

‎Collezione completa. Ottimo esemplare, fresco e pulito, in solida legatura; rara la collezione in queste condizioni. Tutto il pubblicato dal numero 1 (7 aprile 1945) al numero 61 (15 febbraio 1948). «Il Mondo» fu fondato da Alessandro Bonsanti e dal lui diretto insieme ad Arturo Loria ed Eugenio Montale, coadiuvati da una vasta schiera di collaboratori d'eccezione. Interrotta la pubblicazione a ottobre 1946, continuò a distanza di cinque mesi con «Il Mondo europeo», continuità dimostrata anche dalla numerazione dei fascicoli, che riparte nel marzo 1947 da quella interrotta l’anno precedente. Rara la collezione completa anche del «Mondo europeo», le cui pagine iniziali e finali erano stampate su carta arancione. -- «Formato appena più grande di un moderno “tabloid”; sedici pagine a quattro colonne, e solo la prima a tre, quindici lire a copia, periodicità quindicinale, quasi a confermare le prudenze e le timidezze dell’editoria fiorentina» (Spadolini in Montale). -- «La parte dedicata alla letteratura viene affidata in genere alla sesta e settima pagina per quanto riguarda la critica letteraria, le recensioni, i dibattiti tra cui va segnalato almeno l’articolo di Eugenio Montale, ‘Fascismo e letteratura’, apparso sul primo numero; mentre la narrativa, spesso a puntate, e i testi poetici seguono nei due fogli successivi con un nutritissimo gruppo di collaboratori più o meno stabili — tra i nomi incontriamo Gadda, Cassola, Bassani, Pasolini, Banti, Fortini, Piovene, Manzini, Landolfi, Luzi, Brancati — che si riuniscono intorno ai tre direttori della rivista, Bonsanti, Montale e Loria. Tra le opere pubblicate si trovano delle vere primizie come l’inedito ‘Corto viaggio sentimentale’ di Svevo, la prima versione a puntate del romanzo della resistenza di Cassola, ‘Bube’, ‘Le due zitelle’ di Tommaso Landolfi, o ancora racconti e liriche di Giorgio Bassani, le ‘Due scene’ teatrali di Elio Vittorini. [...] a Carlo Emilio Gadda vengono assegnati gli eventi teatrali e talvolta musicali; Anna Banti si occupa di moda con gli elzeviri della ‘Torre del pipistrello’, Lalla Romano e Leonardo Sinisgalli si destreggiano tra esposizioni di pittori impressionisti e mostre di ceramiche» (Gubert) Gubert, scheda CIRCE; Gurrieri, Il Mondo 1945-1946: indici (Milano 2004); Montale, I miei scritti sul «Mondo» (Firenze 1981)‎

‎[Novecento - 900. Fondata da Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte]‎

‎900. Cahiers d’Italie et d’Europe‎

‎Edizione originale. Primi quattro numeri (autunno 1926; inverno 1926 - 1927; primavera 1927; estate 1927). Esemplari in ottime condizioni (lievi tracce d’usura alle copertine e carte leggermente brunite). Primi quattro numeri di «900», rivista letteraria fondata nel 1926 da Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte edita, fino al terzo numero compreso, dalla romana “La Voce”, prima di passare alla Società Sapientia. Pubblicato in francese, dichiaratamente europeista e con un comitato di redazione d’eccezione composto da James Joyce, George Kaiser, Gómez de la Serna, Pierre Mac Orlan, il trimestrale - stampato in 1700 esemplari numerati - si proponeva di aprire i confini culturali italiani oppressi dal patriottismo imperante mettendoli a contatto con quanto di meglio la letteratura e l’arte internazionali avessero da offrire. Invisa per questa ragione ai sostenitori del movimento Strapaese e al regime, la rivista riuscì comunque a proseguire le pubblicazioni fino al giugno del 1929, per un totale di 17 numeri che ospitarono testi, tra i tanti, di Joyce, Woolf, Cechov, Tolstoj. Il clima di sospetto e l’aperta avversità nei confronti del progetto costrinsero comunque il direttore Bontempelli a cedere all’italianizzazione dei suoi “quaderni” a partire dal primo numero della “nuova serie” del luglio 1928 dopo aver già registrato il tradimento di Malaparte, che un anno prima aveva abbandonato la rivista per entrare nel gruppo strapaesano di «Il Selvaggio».‎

‎[Wendingen]‎

‎Wendingen [COLLEZIONE COMPLETA; COMPLETE RUN]‎

‎Edizione originale. Collezione estremamente rara di tutto il pubblicato (1918-1931) della rivista olandese d’architettura e di arti «Wendingen». Tutti i 116 fascicoli della collezione sono in ottimo stato di conservazione, singolarmente protetti in buste trasparenti. Comprende i sette numeri speciali dedicati a Frank Lloyd Wright rilegati in unico volume con illustrazione di H. Th. Wijdeveld s pagina 1 (versione rilegata del 1926 riservata agli abbonati alla rivista). Rarissima collezione di tutto il pubblicato dell’iconica rivista olandese «Wendingen». Creata nel 1918 grazie a Hendricus Theodorus Wijdeveld e al sostegno di altri importanti architetti-artisti del panorama olandese come Jan Frederik Staal, Karel Petrus Cornelis de Bazel, Johannes Ludovicus Mattheus Lauweriks, Pieter Lodewijk Kramer, Johan Melchior van der Mey, Michel de Klerk, la rivista «Wendingen» apparve da subito come elemento di rottura e rinnovamento e, del resto, “Wendingen” significa “rivolgimenti”, “cambiamenti” destinato a iniziare un nuovo corso nella storia delle riviste di settore, per almeno due ragioni. --- La prima – quella immediatamente visibile riguarda l’aspetto della rivista stessa: con il suo grande formato quadrato (33x33 cm), la stampa solo recto dei fogli 33x66 ripiegati, l’elegante rilegatura alla giapponese con rafia e le particolari e innovative scelte tipografiche, «Wendingen» si presentava come un oggetto decisamente nuovo, bizzarro e, per alcuni detrattori, intollerabilmente lontano dai canoni estetici tradizionali. Ma l’attenzione era ancor più catturata dalle copertine, non semplici presentazioni dei contenuti ma “cappotti” come amava definirle Wijdeveld che dovevano avvolgere e rappresentare lo stile del periodico, esattamente come un abito ricercato avvolge e in qualche modo rappresenta l’identità di chi lo indossa. Ecco allora le bellissime composizioni di forme e colori appositamente commissionate ad artisti e architetti (quando non erano realizzate dallo stesso Wijdeveld) generalmente stampate con metodo litografico o xilografico, tutte lì a dichiarare che, benché l’architettura rappresentasse il terreno di partenza di questa avventura editoriale, l’orizzonte voleva includere tutte le arti. --- Impossibile non ricordare in questo senso almeno la celeberrima copertina firmata nel 1921 dal maestro dell’Avanguardia russa El Lissitzky per il monografico dedicato a Frank Llyod Wright, con l’architetto americano di nuovo protagonista – tra il 1925 e il 1926 di sette numeri speciali. Documento ancora oggi fondamentale e straordinario sui lavori realizzati tra il 1911 e il 1923 dal massimo rappresentante del Movimento Moderno, questi fascicoli vennero pubblicati in lingua inglese per volontà dell’editore Mees con il titolo «The Life-Work Of The American Architect Frank Lloyd Wright» e raccolti già nel 1926 in un unico volume rilegato. Il notissimo architetto partecipò attivamente alla realizzazione del progetto che fu fortemente voluto da Wijdeveld, suo grande estimatore e qui autore non soltanto della prefazione ma anche della copertina.‎

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