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8vo, br. ed. 272pp. Ricci studia la categoria di coloro che da benestanti sono diventati "nuovi poveri", illustrando in primo luogo la dottrina formatasi in materia negli scrittori cristiani antichi e nel Duecento, poi le prime provvidenze per i "poveri vergognosi", cui fra Quattro e Cinquecento vengono dedicate numerose istituzioni assistenziali; il discorso si allarga in seguito ai sentimenti della vergogna e della superbia, alle truffe che fiorivano attorno alla carità per i vergognosi, alle testimonianze iconografiche del declassamento, alle differenze registrabili tra declassamento in ambiente urbano e rurale, e infine al decadere tra Sette e Ottocento, della figura sociale del decaduto.
Traduzione di Alciati R. e Dell'Isola M. Torino, 2018;8vo, rilegatura ed. br., pp. 492. (Biblioteca Einaudi). Pur focalizzandosi principalmente su Roma, "Pantheon" integra le molte tradizioni religiose riscontrabili in tutta l'area mediterranea, per raccontare la storia di un mutamento epocale, quando da un mondo dove si praticavano rituali religiosi si passò a un mondo dove si appartiene a una religione. Il volume, ampiamente illustrato, sottolinea con particolare enfasi la «religione vissuta», una prospettiva che mette in evidenza quanto le esperienze e le pratiche degli individui trasformino la religione in qualcosa di diverso dalla sua forma ufficiale; offrendo in tal modo al lettore una rappresentazione radicalmente nuova della religione romana e di un periodo cruciale per le religioni occidentali, che ha influenzato l'ebraismo, il cristianesimo, l'islam e perfino la stessa idea moderna di «religione». Utilizzando con sapienza fonti letterarie e riscontri archeologici, Rüpke dimostra come la religione romana abbia modellato e sia stata modellata dal mutare dei contesti storici dal IX secolo a.C. al IV d.C. Nel mondo romano essa non costituiva una sfera a sé stante, ed è quindi necessario collocarla sempre in relazione con gli sviluppi politici, sociali, economici e culturali. L'autore sottolinea ogni peculiarità della religione romana, presentando, tra l'altro, una nuova visione di concetti centrali quali «tempio» e «altare», e dei ruoli maschili e femminili nelle pratiche religiose.
8vo, copertina rigida pp.520.
8vo, br. ed. 372 pp. All'alba del 2 agosto 316 a.C, nella piana di Canne, si fronteggiano due schieramenti: l'esercito romano, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, e l'armata del cartaginese Annibale, che ha valicato le Alpi con i suoi elefanti e disceso la penisola, travolgendo le difese dei popoli fedeli a Roma. Nonostante un esercito numericamente inferiore ed eterogeneo per lingue, costumi e credenze, i generali cartaginesi avrebbero presto sbaragliato le celebri legioni romane. La sottile mezzaluna dei soldati cartaginesi distruggerà, infatti, la compatta formazione oplitica romana, in una manovra a tenaglia che sarà di ispirazione per molti altri grandi generali, primo su tutti Napoleone Bonaparte. A scontrarsi a Canne non sono però soltanto due eserciti, ma due civiltà: due diversi modi di fare la guerra, di strutturare il potere e la società, due modi di intendere la virtù. Ripercorrendo le fasi della battaglia, dalla preparazione alla disfatta. Massimo Bocchiola e Marco Sartori allargano lo sguardo sui retroscena di entrambi gli eserciti, sul dramma dei condottieri e dei soldati semplici destinati a trucidarsi a vicenda in un lungo scontro all'arma bianca. Quell'esempio magistrale di tattica bellica, quel caso da manuale nella storia della strategia richiese infatti uno spaventoso tributo di sangue che sembra rivaleggiare in termini di vittime con Hiroshima e Nagasaki, tragedie figlie di altri tempi e di altre, terribili tecnologie. Il paragone potrebbe sembrare fuori luogo, ma tutta la vicenda di Canne riecheggia in avvenimenti recenti se non recentissimi, tra populismi, complotti e scontri di civiltà, come evidenzia bene Siegmund Ginzberg nel saggio che chiude il volume. Ma l'eterna attualità di Canne è anche nel suo essere la storia di tutte le battaglie campali: geometriche coreografie belliche e sanguinosa miseria della carne, il genio del singolo e il sacrificio di molti, la bellezza e la morte, tutto concorre al fascino eterno e sinistro di uno scontro senza tempo, e senza pari. con un saggio di Siegmund Ginzberg: populismi, complotti e scontri di civiltà nel 216 a.c.
1995Ed. FALLOIS, 1995,. Excellent état, Broché, Avec bandeau annonce. 275 pages. Ce livre n'est pas une biographie romancée: il rapporte les faits, cite les textes, donne les sources; mais on pourrait s'y tromper, tant la vie même d'Alcibiade multiplie les aventures et les péripéties les plus romanesques. Pupille de Péricles, ami de Socrate, paré de mille dons, il semblait devoir dominer la vie politique d'Athènes au Ve siècle avant Jésus-Christ. Il le fit, au début. Mais Il était ambitieux et imprudent; les scandales le guettaient. Il fut exilé, condamné à mort, rappelé, chassé à nouveau -non sans avoir, entre-temps, présidé à la politique des ennemis d'Athènes, Sparte ou les satrapes perses. Cela fait beaucoup de désordres; et déjà les historiens anciens voyaient dans ces désordres l'effet d'une crise frappant alors la démocratie athénienne. Avec les rivalités politiques, les affaires , les intrigues, cette démocratie faillit sombrer et Athènes perdit sa puissance. Comment s'étonner si tous les auteurs d'alors se sont intéressés au personnage ? Et comment ne pas reconnaître que ces soubresauts d'une vie haute en couleur offrent une riche matière à réflexion dans notre XXe siècle ? La réflexion, ici, adhère au récit, sans jamais s'en écarter ni l'interrompre.
8vo, br, ed. pp.244. La biografia di Alcibiade, carismatico leader ateniese del V secolo a. C., pare uno straordinario romanzo d'avventure, intessuto di vagabondaggi e peripezie, promesse e delusioni, successi sfolgoranti e rovinose sconfitte. Pupillo di Socrate e amico di Pericle, il giovane e seducente Alcibiade sembrava destinato a dominare la vita politica della sua città. All'inizio soddisfò ogni attesa, grazie anche al suo sfrontato opportunismo. Ma era troppo ambizioso e imprudente. Braccato da scandali finanziari e sessuali e da complotti politici, fu esiliato, condannato a morte, richiamato in patria, nuovamente esiliato. Cercò di consolidare ed espandere la potenza ateniese, ma si trovò a dirigere la politica estera dei nemici della sua patria.
16mo, br. ed.
16mo, br. ed. 189pp.
8vo, tela in sovracop. copia perfetta.
16mo, broch. pp.343. Tous les grands auteurs du " siècle de Périclès " ont été les disciples de ces maîtres d'un nouveau genre que furent les sophistes. Avec la rhétorique, ceux-ci ont offert un enseignement nouveau. Ils ont développé l'art de raisonner. Ils ont aussi ouvert la voie à toutes les formes de la libre pensée. Trop souvent attaqués et malmenés par une tradition ingrate, il fallait rendre aux sophistes et leur place et leur rôle dans la formation de la culture occidentale. Jacqueline de Romilly s'y emploie dans ce texte brillant et rigoureux qui montre l'influence considérable qu'ils exercèrent sur le développement intellectuel de l'Athènes du Ve siècle avant J.-C.
8vo, br. ed. pp.265. Libri che «non hanno finito mai di dire quel che hanno da dire», i classici sono davvero «infinitamente futuri». Qui Piero Boitani ci consegna pagine acuminate in cui interroga fra l'altro l'Iliade, il poema della forza e della guerra, anzi di un conflitto cosmico, ma anche della pietà che rende l'uomo civile; l'Odissea, il primo e più affascinante romanzo del mondo; Lucrezio, il quale, dopo che i greci hanno scoperto la meraviglia, il pensiero e la scienza, ne ha fatto poesia straordinaria; Virgilio, che consacra la storia del piccolo villaggio divenuto capitale del mondo; Tacito, che denuncia con forza la natura imperialistica del potere romano; Ovidio, che con le Metamorfosi, poema del continuo divenire, crea il primo grande classico post-moderno.
16mo, ril. tela ed. in sovracoperta bianca strisce rosse, "I racconti sulle origini di Roma erano già antichi quando i primi autori della letteratura latina - storici come Fabio Pittore o poeti come Nevio provvidero a fissarli per la prima volta in forma scritta, nella seconda metà del III secolo a.C, e nei secoli successivi hanno continuato senza sosta a evolversi, modificarsi, arricchirsi. È solo il naufragio di questa amplissima produzione letteraria, della quale possediamo oggi soltanto una manciata di frammenti, ad aver artificialmente semplificato il quadro, inducendo l'erronea opinione che la variante infine affermatasi come standard fosse anche l'unica elaborata dalla cultura latina. In realtà, su quel segmento della propria vicenda più remota i Romani avevano lavorato per secoli: e come sempre accade nel caso del mito, questo lavoro aveva prodotto una miriade di varianti, di sviluppi rimasti isolati o invece di tradizioni parallele che convivevano fianco a fianco." (dall'introduzione di Mario Lentano)
8vo, Traduz.di Mauro Tosti Croce. cm.15,5x23, pp.324, 8 tavv.ft. Coll.Profili
8vo, br. ed. 189pp. Quali istituzioni politiche hanno accompagnato e determinato la straordinaria vicenda storica di Roma antica? Che cosa conosciamo del loro funzionamento e della loro evoluzione? Quali sono stati i principali interrogativi della lunghissima tradizione esegetica della quale siamo debitori? In base a quali suggestioni, invece, per secoli si è reinterpretato, attualizzato e, non da ultimo, strumentalizzato il vincente - e avvincente - "modello romano" nelle sue varie declinazioni? Per quali ragioni la comprensione di concetti politici d'indubbia attualità non può prescindere dallo studio di Roma antica? Tenendo presenti questi interrogativi di fondo, l'autore propone una guida sintetica al complesso sistema politico-istituzionale romano: un sistema che, lungi dall'essere morto o troppo lontano, offre ancora molti spunti di riflessione.
8vo, hardcovdr in dj, pp.380. Alcibiades was one of the most dazzling figures of the Golden Age of Athens. A ward of Pericles and a friend of Socrates, he was spectacularly rich, bewitchingly handsome and charismatic, a skilled general, and a ruthless politician. He was also a serial traitor, infamous for his dizzying changes of loyalty in the Peloponnesian War. Nemesis tells the story of this extraordinary life and the turbulent world that Alcibiades set out to conquer. David Stuttard recreates ancient Athens at the height of its glory as he follows Alcibiades from childhood to political power. Outraged by Alcibiades? celebrity lifestyle, his enemies sought every chance to undermine him. Eventually, facing a capital charge of impiety, Alcibiades escaped to the enemy, Sparta. There he traded military intelligence for safety until, suspected of seducing a Spartan queen, he was forced to flee again?this time to Greece?s long-term foes, the Persians. Miraculously, though, he engineered a recall to Athens as Supreme Commander, but?suffering a reversal?he took flight to Thrace, where he lived as a warlord. At last in Anatolia, tracked by his enemies, he died naked and alone in a hail of arrows. As he follows Alcibiades? journeys crisscrossing the Mediterranean from mainland Greece to Syracuse, Sardis, and Byzantium, Stuttard weaves together the threads of Alcibiades? adventures against a backdrop of cultural splendor and international chaos. Navigating often contradictory evidence, Nemesis provides a coherent and spellbinding account of a life that has gripped historians, storytellers, and artists for more than two thousand years.
8vo, br. ed. 170pp. The Pyrrhic War attracted a great deal of attention in antiquity as the first contest between the burgeoning Roman Empire and the powers of the Hellenistic world. While blame for the initiation of hostilities fell squarely upon the polity of the Tarentines, scholars have long been wary of accounts relating how this conflict began. Three episodes set at Taras prove important for the construction both of Roman history and of narratives in antiquity. Approached as a case study of inventio in historiography, this monograph examines the aims and techniques of authors from Polybius to Zonaras in their depictions of the war's onset. No two of our sources offer the same version of events and new details emerge over the course of time. Analysis of the perception of injury, on the part of the Romans and the Tarentines, considers the implications of the æjust' war on the writing of history.
br. ed. pp. 135. "Chi parla di una tipica 'città romana' intende, di norma, una città a pianta ortogonale, come quelle che si incontrano nelle regioni che una volta formavano la parte occidentale dell'Impero". È quasi un paradosso: rispetto a questa struttura, Roma non si presenta affatto come una tipica 'città romana'. Ma è Roma che ha fatto da modello per intere generazioni, in particolare per le più importanti tipologie di edifici pubblici.
16mo, br. ed. testo greco a fronte.
2 volumi, pp.xxvi-672, 521,21 cm. ril. tutta tela ed. sovracoperta trasp. come nuovi
Traduzione di Anacleto Benedetti. Introduzione di Leone Bortone. In-16° gr., pp. 197 (5) (8) cat. edit. Bross. lucida con alette, ritr. b/n di Cesare entro medaglione al piatto ant., soldati romani b/n al piatto post., tit. bianco su riquadro arancio al piatto ant., tit. nero al ds. Segni del tempo alla brossura, dorso leggermente scolorito. Tagli fioriti. Macchie di umidità alle sguardie. sottolin. e note a matita, altrim. ottimo.
8vo - l. ; 308 pages with index, Second Edition;(The art of classical Greece, along with its political and philosophical ideas, had a profound influence on Western Civilization, and here J.K. Davies, Rathbone Professor of Ancient History and Classical Archaelogy, traces the flowering of this extraordinary society, drawing on a wealth of documentary material of houses and graves, sculpture and vases, and writings of historians, orators, biographers, dramatists, and philosophers. It was in the fifth and fourth centuries B.C., that this culture - material, political and intellectual, reached its zenith, but it's also been said that while the Greek states were at their most powerful, it was also the most quarrelsome
8vo, br. ed. pp.80. In 8, cm. 14 x 21, pp. 82 + (6), brossura editoriale illustrata. Collana Saggi n. 16
8vo, br. ed. pp.420. Se nel VI secolo l'Impero romano d'Oriente era il piú vasto stato nell'Eurasia, appena un secolo dopo esso si era ridotto drasticamente. Circondato da nemici, devastato da conflitti e malattie, sembrava destinato al collasso, ma non fu così, e questo saggio ci spiega tutti i motivi per cui ciò non avvenne. Nel 700 d.C. l'Impero aveva perso tre quarti del suo territorio a vantaggio del Califfato islamico. Ma l'accidentata geografia dei territori rimanenti in Anatolia e nell'Egeo fu strategicamente vantaggiosa, poiché impedì ai nemici di occupare permanentemente le città, rendendoli vulnerabili ai contrattacchi romani. Più l'Impero si riduceva, più si calamitava intorno a Costantinopoli, la cui capacità di resistere ai diversi assedi si rivelò decisiva. Anche i cambiamenti climatici ebbero un ruolo, poiché imposero di diversificare la produzione agricola, aiutando così l'economia imperiale. La crisi costrinse la corte ad avvicinarsi alle classi dirigenti delle province e alla Chiesa. Nonostante le perdite territoriali, l'Impero non patì gravi crisi politiche. Ciò che restava divenne il cuore di uno stato romano cristiano medievale, la cui potente teologia politica predisse che l'imperatore avrebbe infine prevalso contro i nemici, sancendo il dominio mondiale del cristianesimo ortodosso.
8vo, hardcover i dj, In Mortal Republic, prize-winning historian Edward J. Watts offers a new history of the fall of the Roman Republic that explains why Rome exchanged freedom for autocracy. For centuries, even as Rome grew into the Mediterranean's premier military and political power, its governing institutions, parliamentary rules, and political customs successfully fostered negotiation and compromise. By the 130s BC, however, Rome's leaders increasingly used these same tools to cynically pursue individual gain and obstruct their opponents. As the center decayed and dysfunction grew, arguments between politicians gave way to political violence in the streets. The stage was set for destructive civil wars--and ultimately the imperial reign of Augustus. The death of Rome's Republic was not inevitable. In Mortal Republic, Watts shows it died because it was allowed to, from thousands of small wounds inflicted by Romans who assumed that it would last forever.